Il film in questione è quello di Aureliano Amadei, trasposizione cinematografica del suo libro scritto insieme a Francesco Trento. Trattasi della testimonianza, la propria appunto e scritta in prima persona, dell’unico civile sopravvissuto alla strage di Nassirya in Iraq nel 2003 (titolo del libro è infatti “20 sigarette a Nassirya“) e il sopravvissuto è lui, Aureliano.
Il film mi è piaciuto, la regia volutamente aggiunge anche dei toni leggeri, quasi da commedia ad un evento di cui mi sono arrivate solo informazioni filtrate irrimediabilmente dalla retorica mediatica, per me insopportabile, ed è come se venissi a conoscenza dell’attentato per la prima volta, attraverso gli occhi di Aureliano (interpretato da un bravissimo Vinicio Marchioni), un ragazzo che si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Io, la vicenda di Nassirya, l’ho vissuta con molto distacco, e non solo perché contraria alla guerra in Iraq: mi ricordo solo qualche bandiera a mezz’asta in giro per Firenze, il minuto di silenzio allo stadio Franchi poi coperto da applausi fuori luogo, la parola “eroi” scandita da qualcuno fra il pubblico, e un secondo dopo pensavo già alla squadra viola che lottava per la promozione in serie A.
L’unica cosa di cui ero e sono sicura è che la retorica ha reso Eroi quelli che eroi, per me, non sono stati, opinione per la quale all’epoca mi presi diverse “infamate” da gente che la pensava diversamente. Leggendo poi il libro di Amadei, durante la descrizione dei funerali di stato, a cui assiste in barella, mi ha colpito questo passaggio:
“Continuo a chiedermi cosa c@zzo ci sia di eroico nella nostra condizione. Nessuno di noi stava estraendo bambini da una casa in fiamme. Nessuno di noi stava salvando una principessa o uccidendo un drago. Io, e quelli che erano con me stavamo cercando una mappa della città emasticando qualche battuta (…). E un secondo dopo non eravamo più li. Nessuno di quei morti e nessuno di noi feriti stava facendo nulla di eroico. Abbiamo solo avuto la sfiga di trovarci in mezzo al momento sbagliato“
Spero proprio che Aureliano Amadei venga un giorno nella nostra città a parlare della sua esperienza, del suo libro e del suo film. Sarebbe davvero molto bello…
Ma il titolo dell’articolo rimanda a Firenze, e questo è un blog che parla di notizie inerenti Firenze e dintorni. E allora ne approfitto per parlare della nostra città e del suo rapporto con il cinema perché ci sta bene comunque, anzi…
E’ bene spiegare che andare al cinema nelle nostra città diventa una notizia…!
Mi spiego: quando esce solo una copia del film in questione e non lo proiettano in una multisala ma in un solo cinema dall’altra parte della città rispetto a dove risiede il cinefilo/a sfigato/a di turno, il problema è trovare il tempo materiale per andarlo a vedere in quei pochi giorni che il film resterà in cartellone (perché, nel caso di “20 sigarette” sapevo che già dal venerdì successivo l’avrebbero tolto, so ormai come funziona la distribuzione dei film: togli “Nassirya” per far posto all’ennesimo mostro in 3D…!).
Altra difficoltà, trovare una persona alla quale non si stampi un punto interrogativo in faccia quando gli proponi il film, che sia disponibile ad andarlo a vedere solo nel pomeriggio, perché quella sera avrei lavorato, ed era giovedì… quindi solo poche ore per completare la mia mission impossibile….L’alternativa? andarci da sola in compagnia di tre pensionati più il proiezionista e la cassiera!
Per inciso, non voglio dire che questo fenomeno di spopolamento delle piccole sale cinematografiche colpisca solo Firenze: so benissimo che in tutte le città italiane, da anni, i cinema tradizionali, soprattutto quelli del centro, stanno chiudendo per far posto ai multisala ( sottolineo cheil mio non vuole essere un punto di vista di cinefila snob che non frequenta sale che non siano d’essai… per la cronaca io vado ai cinema multisala, basta solo che tra i film che proiettano ce ne sia perlomeno uno “decente”). Da un certo punto di vista mi ritengo pure fortunata a vivere in una città dove almeno film come “20 sigarette“ vengono distribuiti, anche se limitatamente.
Se mi fermo a pensarci però, questo fenomeno, mi mette tristezza, e so di abbaiare alla luna, e non posso che prendere atto di questa evoluzione (negativa?) del mezzo cinematografico, anzi è già tanto che il cinema (inteso proprio come luogo) esista ancora!




















