di Maurizio Ferrini

Con la recente scomparsa di Mario Monicelli – morto di una morte così suggestiva! – si ripensa alle sue opere. Le si rivedono, ci si ragiona. Soprattutto si studia il film Amici miei ed il suo messaggio. Messaggio che è ambiguo e che si presta a letture molto soggettive. Mi piacerebbe dare una personale, del tutto parziale, lettura di quell’opera. Non certo assumendo le pose del critico (ruolo per il quale non ho né competenze né credenziali) ma nella qualità di fiorentino nativo. Attento, come tanti, a come la sua città viene rappresentata ed interpretata dai e sui media.
Le qualità del prodotto
In astratto, come prodotto cinematografico, Amici miei è fuori discussione un caso anomalo. In primis, per la sua intenzionale, anzi ricercata, “scorrettezza” politica e culturale, tanto più impattante in quanto sparata in un momento in cui si cominciava a ragionare sul valore della “correttezza”. Un momento in cui, anzi, si elaboravano e si consolidavano codici non scritti per essere contenutisticamente corretti nella società e soprattutto nei media, a partire dalla TV.

Al di là di questo, nel lungo periodo, l’aspetto più appariscente di quel film è la forza con cui è riuscito a far entrare nella cultura spicciola corrente alcuni modi di dire, alcune situazioni, alcuni modi di raccontare le relazioni tra persone.
Il “caso cinematografico”
Nell’immaginario collettivo, anche per via del fatto che per molte persone i ricordi dei contenuti del film risalgono a 30 e passa anni addietro, la classificazione di Amici miei è decisamente semplicistica: un film umoristico, con forti momenti realmente strappa risate.
L’impatto che quel film ebbe su di me già alla prima visione fu – invece – di profondo disagio. Non certo per disvalori cinematografici. Quel minimo di competenza che posso avere sulla materia mi porta a dire che si tratta di un prodotto tecnicamente eccellente, per le qualità realizzative di base: regia (naturalmente), sceneggiatura, ritmo, cast, recitazione. Il successo che ha avuto e che continua ad avere è qualitativamente meritatissimo.

Ma forse era proprio quella scorrettezza sul piano dei contenuti che non riuscivo a digerire. Una scorrettezza che mi è parsa ancora più intollerabile in una recente visione del film avvenuta, per combinazione e per l’appunto, pochi giorni prima della morte di Monicelli.
Però, oggi, dopo questa ri-visione e dopo quella morte sarei portato a concludere che, se potessi parlargliene, il mio personale, profondo malanimo renderebbe Mario molto più soddisfatto di platee sghignazzanti mentre scorrono i volti attoniti di quelli che si beccano gli schiaffoni sul treno che parte.
Come tutti i grandi autori, osservatori e raccontatori dell’animo umano, Monicelli non si sarebbe certo accontentato di “far ridere”. Ed infatti a chiunque sia dotato di un minimo di sensibilità ciò che rimane dalla visione di quel film è un senso di cupezza.
Moribondi cinici e morti spregiudicati
Il primo episodio si chiude con la morte di un protagonista. E’ una morte raccontata come vera, ed interpretata con maestria. Se c’è del riso che accompagna il decesso ed il funerale è semplicemente perché nella vita vera accade che mentre uno muore, spesso c’è vicino qualcuno che ride. Idem durante un funerale.

Nel secondo episodio una lunga narrazione è dedicata al tentativo di far credere ad un personaggio (interpretato da un sublime Paolo Stoppa) che egli è affetto da un male incurabile e che ha pochi mesi di vita. Lo stesso personaggio di Ugo Tognazzi è vittima di un devastante attacco di ictus. Non sono temi da film umoristico. Sono temi che hanno come filo conduttore la morte, la malattia, la fuga (per certi aspetti distruttiva) dai propri schemi di vita, l’indifferenza verso la sofferenza altrui. Sono tutto fuorché ingredienti di un film umoristico.
D’altronde, anche in questi molteplici, possibili, discrezionali registri di lettura sta forse il massimo pregio dell’opera. E questa apertura stava nelle intenzioni dell’autore, una sorta di “io l’ho fatto così – voi prendetelo come vi pare”. Quantomeno questa è la mia sensazione ed è ciò che credo di ricordare in certe sue esternazioni.
Firenze, personaggio ed interprete
Quanto al punto di partenza di questo ragionamento, e cioè cosa c’è di fiorentino e di fiorentinità in questo film, anche su questo piano non mi trovo d’accordo con l’interpretazione della stragrande maggioranza degli spettatori.
Fuori da Firenze (ma anche nella percezione di molti miei concittadini) si ritiene che i quattro amiconi iniziali siano un’ottima raffigurazione di alcune stereotipate caratteristiche fiorentine: spirito dissacratorio, perenne attitudine ad irridere tutto e tutti ed a gabbare chi li circonda.
Un fiorentino nell’anima, invece, non si sente minimamente rappresentato né dai personaggi né dagli avvenimenti del film. Lazzi e sfottò sono un elemento di dettaglio nell’atteggiamento corrente di chi vive a Firenze ed è realmente intriso dello spirito cittadino. Nel film sembra che gli eventi della vita di tutti i giorni siano una parentesi tra una burla ed una scelleratezza. E contribuisce al senso di estraneità (anche questo può essere fonte di fastidio) il fatto che i quattro interpreti (più uno) del primo episodio non siano per niente indigeni.

Qualcosa di fiorentino c’è: è molto fiorentino il personaggio-giornalista Perozzi (Philippe Noiret, nella foto sopra) non tanto quando partecipa alle zingarate ma nel momento in cui esce dalla redazione de La Nazione e scambia chiacchiere e battute con il giornalaio all’angolo, con il barista, con la prostituta, trattando tutti, con molta naturalezza, a tu per tu. E si intuisce che se il giorno prima avesse intervistato il sindaco o un ministro avrebbe avuto lo stesso atteggiamento.
Non c’è niente di fiorentino proprio nelle scene per le quali il film si ricorda, dagli schiaffoni ai viaggiatori in partenza al vasino del bebè riempito, in misura abnorme, di cacca adulta.
Sora morte, in agguato anche nei titoli di testa e di coda
Al di là di tutto, forse, il mio malessere critico di oggi si spiega anche con il fatto che attorno ad Amici miei aleggia un qualcosa tipo maledizione di Tutankamon, in questo caso sotto la forma di flagello dei sessantenni: il film nasce nella mente di Pietro Germi, morto a 60 anni prima di iniziare la lavorazione; tra gli interpreti principali Duilio del Prete muore a 60 anni, Adolfo Celi a 64, Renzo Montagnani (doppiatore di Noiret e poi interprete del secondo episodio) muore a 67, come Ugo Tognazzi.
Nel mio status di passante nella fascia intermedia dei 60 anni, non posso escludere che tutto questo abbia influenza nello spostare ricordi e giudizi in un’area semantica un po’ fosca e ferale. Proverò a riguardare il film dopo passata la boa dei 70.

Per il momento mi limiterò a consumare il vecchio VHS di L’armata Brancaleone, altro capolavoro di Monicelli, traendone divertimento e godimento intellettuale. Incondizionatamente e senza retro pensieri amari.