Archive for the ‘"Fiorentinity"’ Category

Il “26 luglio” fiorentino, scene da una festa di libertà

Posted by Gianluca Giannini On luglio - 28 - 2010

E il T@zebao c’era, l’altra sera nelle strade del centro storico di Firenze durante le tradizionali celebrazioni di Sant’Anna (copatrona della città) che rievocano ogni 26 di luglio l’anniversario di una data storica e densa di significati politici e civili per la nostra città…
Fu proprio in quel giorno del 1343 che una sollevazione di massa mise in fuga Gualtieri di Brienne, meglio noto come Duca d’Atene, ponendo fine ad una tirannia iniziata un anno prima con la sua acclamazione a Signore di Firenze e terminata dopo persecuzioni, soprusi e crudeltà da parte del Duca, con un’inarrestabile e violenta insurrezione popolare.
Il percorso del Corteo della Repubblica Fiorentina, partito dopo il tramonto dal Palagio di Parte Guelfa, ha toccato come da tradizione Palazzo Vecchio, il Duomo ed è confluito nella Chiesa di Orsanmichele ornata con le bandiere delle Arti fiorentine, dove si è svolta una breve cerimonia alla presenza di autorità, gonfaloni e una nutrita folla di cittadini e turisti incuriositi.
Per l’occasione sono stati aperti in orario straordinario anche i piani superiori della Chiesa, oggi adibiti a museo reso accessibile gratuitamente dai volontari dell’associazione Amici dei Musei Fiorentini; un luogo capace di offrire dalle sue grandi vetrate un panorama straordinario della città.

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Vacanze “fiorentine”, oggi… e d’altri tempi!

Posted by Gianluca Giannini On giugno - 30 - 2010

 

Estate, finalmente! E dunque tempo di vacanze…ma per chi resta in città?
Oggi una delle principali e più originali alternative per chi resta a Firenze è lo spazio balnear-culturale “Easy Living“ o spiaggia d’Arno attrezzata nei pressi di Piazza Poggi, quasi all’ombra della Torre di San Niccolò, con sdraio, lettini e ombrelloni gratuiti, punti di refrigerio e ristoro, spettacoli, spazi ed attività per bambini, collegamento wi-fi, etc.

Ma nel passato, quando i concetti di viaggio e vacanza erano pressoché sconosciuti, come trascorrevano i fiorentini i mesi di calura estiva?
Lungo le antiche mura fiorentine, sulla riva destra del fiume all’altezza della Pescaia di Santa Rosa (Lungarno Vespucci, attuale zona consolato USA/Villa Favard per intendersi) si apriva la cosiddetta Porticciola d’Ognissanti (detta anche Vagaloggia) tra i più frequentati e popolari luoghi di passeggio, di pubblico svago e di bagni pubblici.
L’ingresso era gratuito, a pagamento l’affitto dell’asciugamano e la custodia degli abiti, mentre una cancellata divideva i settori degli uomini e delle donne…

Anche presso l’antico Ponte alle Grazie, quando questo era ancora punteggiato da casupole adibite ad abitazioni o botteghe poi abbattute nell’Ottocento, sul versante più vicino all’Oltrarno, si trovava un bagno pubblico che permetteva attraverso una scala di legno di calarsi sulla riva del fiume a buon prezzo. Il luogo era tuttavia noto per la sua eclatante e già allora scandalosa ma pur tollerata promiscuità tra bagnanti…

Ai primi del ‘900 allo “stabilimento balneare” della Rari Nantes Florentia situata ancora oggi in Lungarno Ferrucci era possibile fare i bagni ed usufruire di servizi come cabine, docce e salvagenti e svolgere attività agonistiche e ludiche nell’acqua e dove i soci, in classica tenuta da bagno, erano soliti esibirsi in tuffi…

In  tempi più recenti, cioe gli anni ’30, si potevano anche fare delle originali crociere sull’Arno – sullo stile dei moderni bateaux-mouches parigini sulla Senna – a bordo dell’imbarcazione Fiorenza, con musica, balli e voglia di mettersi in mostra da parte soprattutto della “Firenze bene” che poteva permettersi l’esborso del biglietto!

Ma uno dei detti più curiosi e in voga tra il XIV e il XV secolo, per tutti i fiorentini che desideravano trovare sollievo dalla canicola estiva era quello di “andare a’ marmi”… e non intendevano ovviamente andare in Versilia e a Forte dei Marmi bensì, senza uscire dalle mura fiorentina, recarsi nei secolari cantieri della costruenda Cattedrale di Santa Maria del Fiore e accomodarsi a frescheggiare seduti sopra le lastre di marmo accatastate nella piazza, per trascorrere piacevoli serate ad incontrarsi, conversare e trovare appunto refrigerio alle lunghe e torride giornate estive.

Nello stesso scenario era quasi sempre possibile scorgere anche Dante Alighieri, un appassionato contemplatore dei lavori di costruzione del Duomo: ed è proprio da un mitico aneddoto che riguardava lui e la sua eccezionale memoria che nacque la leggenda del Sasso su cui era solito sedersi e di cui ancora oggi è possibile rintracciare memoria sulla facciata di un palazzo alle spalle della Cupola… ma questa, è un’altra storia!

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Firenze, Secolo XIII: Dèmoni al Duomo!

Posted by Gianluca Giannini On giugno - 17 - 2010

Immaginate la scena, se domani, durante una manifestazione o un comizio in una piazza della nostra città, tra la folla irrompesse all’improvviso un possente cavallo nero al galoppo: dopo i primi attimi di sorpresa e sconcerto e le ipotesi a caldo sulla sua provenienza (un circo? un ippodromo? un calesse di un fiaccheraio?) verrebbe chiamata la polizia per catturare l’animale e garantire l’incolumità delle persone e l’ordine pubblico. Poi tutto tornerebbe presto alla normalità, con qualche vivace titolo di cronaca nei quotidiani locali.
Ma nel lontano XIII° secolo un fatto del genere avrebbe scatenato ben altre reazioni di panico e superstizione; e così avvenne nel 1245 durante un’affollata predica di San Pietro da Verona - tra i fondatori della Confraternita della Misericordia - nei pressi dell’antica Piazza del Mercato Vecchio, sostituita nella seconda metà dell’ottocento dall’attuale Piazza della Repubblica.
L’irruzione di quel cavallo nero fu interpretata allora dal popolo terrorizzato come una vera e propria incarnazione del Diavolo, che solo il segno della croce disegnato nell’aria dai gesti del Santo riuscì a mettere in fuga e far scomparire senza lasciar traccia. Si gridò al miracolo, e di quello straordinario evento rimane tuttora traccia all’angolo tra via Vecchietti e Via Strozzi nelle sembianze di un “diavoletto” portabandiera modellato dal Giambologna e mimetizzato tra insegne e cartelloni stradali.

E per chi non si accontentasse del piccolo “dèmone” appoggiato al palazzo, è possibile anche ammirare una sorta di “istantanea” dell’epoca, un affresco che ritrae quell’avvenimento sulla facciata della Loggia del Bigallo prospiciente il Battistero di San Giovanni: si può osservare il Santo che dal pulpito benedice la folla, sulle cui teste pare volteggiare il ”diabolico” destriero!

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Firenze “muore lentamente” nel libro di Marco Vichi

Posted by Roberto Gambelli On giugno - 14 - 2010

Firenze “muore lentamente” in “Morte a Firenze”,’ l’ultimo libro di Marco Vichi,  scrittore fiorentino noto soprattutto per la saga del commissario Bordelli. Quest’ultimo è il protagonista di questo romanzo e questa volta è alle prese con la scomparsa di un bambino di 13 anni. E’ l’ottobre del 1966 e durante le indagini, arriva l’alluvione a Firenze.

Le indagini del commissario Bordelli si sviluppano sullo sfondo della Firenze degli anni 60, in un quadro storico estremamente fedele e che al contempo riesce a cogliere l’anima rinascimentale immutabilmente presente nella città.

L’immagine che ne esce è quello di una Firenze senza sfarzi, di cui Vichi non esalta la bellezza monumentale, ma della quale riesce a cogliere la sensazione di immobilità di una città e dei suoi cittadini troppo legati al loro passato. E lo fa attraverso una sceneggiatura monocromatica, ricoprendo i paesaggi di una poltiglia marrone, prima ancora che il fango dell’alluvione rivesta le strade.

Firenze sta morendo ma è anche superba nel risorgere tramite i suoi abitanti che si stringono attorno alla loro città per rivederla splendere.

Attraverso lo sguardo burbero e ironico di un commissario Bordelli quasi infastidito da questo senso di immutabilità, ci viene offerta una delle immagini più veritiere dell’indole fiorentina:

[.....]

“Imboccò via Tornabuoni slittando sulla melma, oppresso dai suoi pensieri amari. Davanti alla desolazione del Lungarno franato aveva sentito addirittura una punta di piacere, come se finalmente si fosse compiuta una vendetta. Fosse almeno crollato il Ponte Vecchio, e magari anche il Duomo, Palazzo Vecchio e tutti i Filistei… Firenze credeva di essere salva in nome del suo passato glorioso, come un figlio deficiente che vive sugli onori di suo padre o di suo nonno. Anche il macellaio Panerai e il trippaio di San Lorenzo erano convinti che nelle proprie vene scorresse ancora il sangue di Dante, di Michelangelo, di Leonardo, di Brunelleschi. Guardatevi intorno e sbalordite, tutte le cose belle che vedete le abbiamo fatte noi… noi fiorentini. Da qui è partita la scintilla del rinnovamento del mondo, tutti devono inchinarsi di fronte al nostro genio. Venite a spendere i vostri soldi nella culla del Rinascimento, comprate i nostri ninnoli, le nostre cartoline, le statuette del David, i gioielli forgiati dall’anima di Benvenuto Cellini, dormite nei nostri alberghi, mangiate le nostre bistecche, la pasta e fagioli, la trippa, il lampredotto, fate un giro in carrozza, toccate il naso al Porcellino… Che ce ne importa di creare altre opere immortali, quando possiamo vendere quelle che già abbiamo ? La nostra vera anima è sempre stata il commercio, il dio che ci protegge è lo stesso dio dei ladri… E adesso Firenze tremava, perchè il suo tesoro era stato inzaccherato dal fango.”

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Anno 1600, crolla un pezzo di Cupola!

Posted by Gianluca Giannini On maggio - 10 - 2010

Era una notte buia e tempestosa - quella di un remoto 17 gennaio 1600 a Firenze – quando uno sciagurato evento meteorologico lasciò inciso per sempre su piazza Duomo una sorta di “cicatrice”, tonda bianca e senza alcuna scritta, che ancora oggi giace sul suo lastricato anonima e misteriosa…
Infatti è proprio in una notte dei primi giorni del XVII secolo che a Firenze una saetta si è abbattuta con violenza e precisione chirurgica sulla sommità della Cupola scalzandone la palla bronzea scolpita da Andrea Verrocchio e collocata lassù nel 1486. Fu scaraventata giù per i 114 metri di altezza, provocando nella caduta diversi danni alla cattedrale e infine un sinistro boato che si aggiunse ai grappoli di tuoni che funestavano la città, raggelando il sangue dei fiorentini.
Fortunatamente nessuno rimase vittima di quel crollo, ma a futura memoria, nel punto di caduta, fu ricavata una lapide di marmo sferica, sulla quale però non fu vergata alcuna parola che ricordasse i dettagli di quel bizzarro evento.

In quel preciso punto si può pensare che il tempo si sia fermato, come succedeva in una delle sequenze più celebri di “Ritorno al futuro“, famoso film degli anni ’80. E se anche a voi, catapultati in un lontano passato a bordo di una potente macchina del tempo, capitasse di restare a secco di carburante e aveste bisogno di “1,21 GigoWatt” di potenza per continuare a viaggiare tra passato e futuro, allora prendete nota e attrezzatevi nel modo giusto nei pressi di quella lapide: un lungo cavo elettrico, una lunga rincorsa e l’energia di un fulmine è ciò di cui avrete bisogno !
L’ importante però, solcando le barriere del Tempo, è non perdere l’orientamento e smarrire la strada giusta, rischiando di ritrovarsi, alla fine della corsa, magari alla fine del ‘400, o quasi 1500… a Frittole!

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Un toro sul Duomo: “zingarata” Quattrocentesca?

Posted by Gianluca Giannini On maggio - 1 - 2010

Cercare e scovare questo curioso dettaglio nelle infinite pieghe della cattedrale di Santa Maria del Fiore somiglia un po’ al giochino inglese Dov’è Wally?  in voga negli anni ’80 e ripubblicato una quindicina d’anni fa da l’Unità, allora diretta da Walter Veltroni
Aguzziamo dunque la vista: dando le spalle a via Ricasoli e contemplando con attenzione la fiancata del Duomo, in alto sulla sinistra riusciremo con un po’ di pazienza a mettere a fuoco tra le decorazioni della cattedrale una figura apparentemente intrusa e bizzarra, ovvero la testa di un bovino… Che ci fa lassù?
La spiegazione più logica e plausibile potrebbe essere quella di un riconoscimento simbolico a tutti quegli animali che con la loro forza e fatica trascinarono per più di un secolo centinaia di tonnellate di pietre e marmi utili per innalzare, fino a quel punto e ben oltre, la gigantesca mole della chiesa.
Ma se invece quella testa – di un toro anziché di una vacca viste le piccole corna che sfoggia - fosse la traccia di una… “zingarata” Quattrocentesca?

E dal momento che proprio in questi giorni sono iniziate le riprese toscane del prequel di “Amici miei” ambientato proprio nel XV secolo, perché non raccontarla?
Il gossip dell’epoca ci tramanda infatti la leggenda di un mastro carpentiere impegnato nei lavori di costruzione della nuova cattedrale, e diventato l’amante di una donna che aveva dimora proprio di fronte a quel grande cantiere. Scoperta la tresca da parte del marito, fu scandalo e intervenne la giustizia imponendo la fine della loro relazione adulterina.
Ma il carpentiere volle comunque vendicarsi e decise dunque di adornare quel segmento di facciata con  quella testa “cornuta” rivolta proprio verso la casa della donna, quasi a voler ricordare al marito, ogni volta che si fosse affacciato alla finestra, la storia di quel tradimento…!
Insomma, come si usa dire, “per i bischeri un c’è paradiso”, specie in piazza Duomo… (to be continued)

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Piazza San Giovanni, la Memoria di un antico miracolo

Posted by Gianluca Giannini On aprile - 27 - 2010

 

Prima della recente pedonalizzazione di piazza Duomo, era soffocata, come il resto dei monumenti, dal traffico caotico e incontrollabile che le scorreva accanto; in più, di recente è stata per anni sopraffatta da un’impalcatura mostruosa per i lavori di restauro della prospiciente canonica di San Giovanni, ora adibita a centro di accoglienza turistica. Oggi, finalmente, la Colonna di San Zanobi spicca di nuovo solitaria e autorevole per ribadire la sua storia millenaria …
Era la fine di gennaio dell’anno 429 quando la salma del primo vescovo di Firenze, San Zanobi, fu trasportata dalla basilica di San Lorenzo a quella vicina di Santa Reparata (ancora visibili i reperti nei sotterranei dell’attuale cattedrale di Santa Maria del Fiore, l’attuale Duomo), attraverso l’antica Porta Contra Aquilonem che nell’antichità si apriva nelle primitive mura di Firenze, proprio allo sbocco dell’attuale Via Borgo San Lorenzo.
La processione che ne seguì fu organizzata con gran cerimoniale e partecipazione di autorità religiose e di folla che si accalcava per toccare le spoglie del  Santo. E si racconta che forse fu proprio a causa della calca dei devoti che nei pressi del Battistero, allora circondato ancora da piena campagna, il feretro finì per urtare involontariamente contro un olmo disseccato da molti anni, il quale non appena toccato cominciò a riprendere vita e rinverdire nonostante la rigidità del clima invernale e il tagliente vento di tramontana. Si gridò dunque al miracolo: quell’albero divenne oggetto di culto e venerazione, progressivamente smembrato in tante piccole reliquie, e in memoria del prodigioso e sacro evento venne eretta proprio in quel preciso punto la Colonna che è sopravvissuta fino ai nostri giorni, seppur con una copia che prese il posto della originale dopo la devastante alluvione d’Arno del 1333. Sul fusto della colonna, a guardar bene, si può notare un’effige di olmo in ferro battuto
E ancora oggi, ogni 26 gennaio, viene deposta una ghirlanda di garofani bianchi e rossi, colori della tradizione araldica fiorentina.
Immaginarsi ai nostri giorni anche solo un albero in piazza San Giovanni richiede un grande sforzo di fantasia ma ci racconta invece di un remoto passato agreste della nostra città che sopravvive ancora, qua e là, in altri segni e simboli “naturali” nascosti nelle pieghe della stessa piazza… (to be continued)

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Berta, la “Grande Sorella” fiorentina

Posted by Gianluca Giannini On aprile - 14 - 2010

 

Se a Firenze vi capita di passeggiare in via de’ Cerretani , di fianco alla chiesa di Santa Maria Maggiore, una fra le più antiche della città, sollevate lo sguardo e seppur a fatica noterete in alto un pallido volto femminile che spunta dalla parete di pietra e che pare fissare impassibile il via vai della gente – ignara di essere “spiata” -  nella strada sottostante. Quel volto ha un nome, è la mitica Berta, sulla cui storia esistono varie versioni e leggende: da quelle che ne fanno un segnale indicatore dell’antica rete di acquedotti romani della città, all’ipotesi fantastica di una donna impietrita perché vittima di “stregoneria”, a quella di effige in memoria di una contadina benefattrice che donò a Firenze delle campane per avvertire dell’imminente chiusura delle porte della città coloro che tornavano la sera dalle campagne. In particolare i ritardatari, che comunque erano soliti arrangiarsi lanciando i sassi contro le porte per guadagnare tempo ed avvertire così le guardie di stanza alle mura del loro imminente arrivo. Da quest’usanza, derivò poi il famoso detto fiorentino sul tempo che stringe: “Siamo alle porte co’ sassi! ”
E ci piace pensare che la Berta sia lì praticamente da sempre, con lo sguardo rivolto ad un ipotetico orizzonte che in passato le si schiudeva probabilmente poco sopra le primitive mura di Firenze che correvano proprio davanti a lei, muta sentinella della storia millenaria della nostra città. E anche testimone (magari con la coda dell’occhio!) di un evento miracoloso avvenuto decine di secoli fa  -  più o meno nel V° d.C. –  a pochi passi da lei, nei pressi di un Battistero di San Giovanni all’epoca ancora disadorno ma già esistente e immerso nella campagna, quando un olmo riprese vita e rifiorì al passaggio del corteo che seguiva il feretro del primo Vescovo fiorentino… (to be continued)

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Torna la domenica del fiorentino

Posted by Celine Pestelli On aprile - 8 - 2010

Domenica prossima, 11 aprile 2010, torna la Domenica del fiorentino, la popolare iniziativa che ogni mese prevede una giornata di apertura straordinaria e gratuita della sede del Comune a tutti i nati o residenti a Firenze e provincia: dalle 9 alle 21 sarà possibile visitare liberamente le sale di Palazzo Vecchio o partecipare ad attività guidate e articolate secondo percorsi tematici.

Per accedere è necessario munirsi della carta “Un bacione a Firenze”, ritirabile gratuitamente presso gli URP del Comune, consultare il sito del Museo dei Ragazzi, così si chiama il museo di Palazzo Vecchio, scegliere tra le molte attività proposte e infine prenotarsi.

Non dunque una semplice passeggiata con il naso per aria, ma una visita interattiva, animata dalla curiosità e dalla voglia di partecipare, sembra essere l’intento di queste giornate di apertura straordinaria, che regolarmente ogni mese schiudono le porte di Palazzo Vecchio, ma che in precedenza hanno interessato anche altri luoghi storici come la Biblioteca Laurenziana, la Cappella Brancacci e il Museo di Santa Maria Novella, quasi a voler risvegliare nei fiorentini un amore più attento e consapevole per la loro città.

Obiettivo che è anche quello del Museo dei Ragazzi: proporre originali modalità di scoperta del passato ai visitatori che ogni giorno varcano le soglie di Palazzo Vecchio.

E a giudicare dalla lista di attività i cui posti sono già esauriti pare che di fronte alla necessità di procurarsi la tessera e di prenotarsi si siano scoraggiati in pochi: gli appuntamenti più esclusivi, come l’incontro con il duca Cosimo I, o più intriganti, come la visita ai percorsi segreti, sono già al completo. Alla tavola del duca invece c’è ancora spazio, così come lungo i camminamenti di ronda o nel camerino di Bianca Cappello.

A chi infine arrivi all’ultimo momento rimane comunque la possibilità di ascoltare la voce del pittore e architetto di corte Giorgio Vasari che racconta la sala grande di Cosimo I, visita per cui non è necessario prenotarsi, e provare l’emozione di rivivere nel passato, aggirandosi secondo il proprio gusto per le meravigliose sale del palazzo, con la sorniona curiosità della tartaruga del Granduca, l’emblema di Cosimo I assunto anche a logo del museo, altrimenti nota ai giovanissimi visitatori come la tartaruga con la vela, che con il motto “Festina lente” si raccomandava di affrettarsi e darsi da fare, ma lentamente.

di Celine Pestelli

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