Archive for the ‘Cultura’ Category

“All’ombra delle stesse nubi”

Posted by Gianluca Giannini On novembre - 20 - 2011

di Massimo Pettinelli*
Fu per strada che lo incontrai di nuovo, la mattina di un giorno di lavoro.
Percepivo quanto era fredda l’aria per strada dal vapore denso e visibile che emanava il suo respiro. 
Polmoni deboli per gli anni trascorsi nella tintoria industriale. Con il primo sole, nella mia auto l’aria si era fatta tiepida e quando svoltai lo riconobbi subito seppure in controluce. Camminava con il solito passo corto; obbligato nel pesante cappotto di lana cardata, di taglio e foggia fuori moda ma impeccabile addosso. L’abbacinare del sole rendeva lucidi i suoi capelli; bianchi e un po’ arruffati, corti sul davanti in contrasto con le folte sopracciglia sporgenti sopra la montatura delle lenti scure. Giorgio, sapevo questo, il suo nome. Ci voleva il nome, per intessere confidenza e dargli del tu, in un colloquio immaginario e forse ipocrita. La mattina se non lo vedevo mi preoccupavo; ero pervaso da un senso di colpa che avrei voluto soffocare ancor prima che si manifestasse in me.
Una maschera d’indifferenza la mia, comoda da non togliere e intimamente pesa come un macigno per non osare chiedere alcuna cosa, neanche la più banale; temevo la mia fragilità  -e poi lui così diffidente verso le voci dei volti sconosciuti, pensavo. Mi chiedevo come avesse passato la notte appena trascorsa; com’ era possibile frequentare gli stessi marciapiedi ed essere così profondamente distanti, sconosciuti agli altri e perciò anche a noi stessi, incuranti, se non intimamente, del disagio e dolore altrui, delle pene vissute accosto ai nostri muri di casa per non trovare il coraggio di esprimere la propria sofferenza.
All’ombra delle stesse nubi passeggere.
Giorgio amava passare per le vie meno frequentate, secondarie, nel segno del suo stile di vita, di un’esistenza parallela al quotidiano divenire di noialtri; trasversale come le vie a lui più connaturali, di periferia, con i campi da edificare, dov’era facile incrociare qualche afflitto cane randagio o gruppi d’emigranti d’ogni est e sud del mondo, profughi immersi nell’affanno e pena di un’esistenza da comporre o ancora smarrita ma accolti dall’operosa città laniera, controllati dallo sguardo curioso dei gatti accovacciati al sicuro sotto le auto in sosta o vicini a qualche cassonetto sporco.Sono pochi gli anni in cui un uomo è protagonista. Molti, quelli in cui la sorte o la ragione, lo fanno essere uno spettatore passivo, nel caso di Giorgio, una presenza. Per tanti, gli anni migliori sono quelli della giovinezza, con la voglia di consumarla, spremerla finché si può, come se fosse solo nostra. Condannati dalla fretta del tempo  che non mostra altri orizzonti, non ci consente, se non in rari momenti, di alzare gli occhi al cielo; lassù, fin dove le nuvole osano parlarci. Sotto quel cielo cammina instancabile Giorgio.
Il suo sguardo non è disturbato dalle punte dei palazzi, dallo sventolio nervoso delle bandiere pubblicitarie, dalle gru per l’edilizia o per i cavi protesi e infiniti che ritagliano il cielo in spicchi d’acquerello.
Sa che quelle nuvole ci parlano, discretamente. Sono compimento silenzioso di un giorno che gratuitamente è venuto per noi e poi andarsene via in punta di piedi, irripetibile nella sua originalità. Di nuovo avrebbe osato meravigliarci e noi invece, senza capire quanto sia prezioso il cielo, rimaniamo assorti nei nostri conflitti, nelle nostre barriere che rendono il sangue amaro e non ce ne accorgiamo neanche stavolta. Giorgio adesso è fermo, si riposa con il suo bastone bianco che gli dà sicurezza mentre odora l’aria portata dal vento. La annusa insieme al suo cane, tende l’orecchio e volge la fronte al cielo, percependo nell’inclinare leggero del volto ciò che a noi resterà quotidianamente invisibile.

(*con questo racconto, l’autore ha vinto il Premio Letterario “Prato per la pace” edizione 2007 nella sezione racconto breve adulti, avente come tema “Il Tessuto di Prato: Storie di trame e orditi di pace”.)

Auditorium della Musica, ormai ci siamo…

Posted by Gianluca Giannini On ottobre - 16 - 2011

di Gianluca Giannini
Mancano solo due mesi al concerto di Zubin Metha che alla vigilia di Natale inaugurerà il nuovo ed avveniristico Parco della Musica di Firenze, di cui tanto si parla; e proprio nei giorni scorsi è giunta notizia dell’arrivo, in tempi di grave crisi economica, di ulteriori finanziamenti per il suo completamento, che ancora ahimé non bastano. E domenica pomeriggio il Tazebao è andato a curiosare , tra il parco delle Cascine e la Stazione Leopolda, intorno al mega cantiere per vedere a che punto sono i lavori…

Centinaia di “Uomini Libro” alla Libreria Martelli

Posted by Linda Betti On ottobre - 2 - 2011

Firenze 30 settembre 2011 – Centinaia di persone si sono radunate davanti alla Libreria Martelli che ha da poco chiuso i battenti molto probabilmente in via definitiva, inscenando un flash mob fatto da “Uomini Libro” come nel romanzo di Ray Bradbury “Farenheit 451“, per manifestare il loro dissenso nei confronti della chiusura della storica libreria fiorentina. Il progetto del flash mob iniziato da un tam-tam sui principali social network è riuscito a mobilitare moltissimi fiorentini che hanno organizzato una “lettura collettiva”, come testimoniano le immagini filmate anche da Il T@zebao

Disegni di luce sul Museo Gucci

Posted by Gianluca Giannini On ottobre - 2 - 2011

di Gianluca Giannini
In una tiepida bizzarra notte di fine settembre, freschi reduci poche ore prima da un suggestivo flashmob davanti alle vetrine spoglie della Libreria Martelli, mentre percorriamo a piedi via de’ Gondi giunge alle nostre orecchie una strana musica… Appena sbucati in piazza Signoria, notiamo ai piedi di Cosimo de’ Medici a cavallo un gruppetto di persone fermo a fissare qualcosa in direzione opposta alla nostra. Ci voltiamo e ci accorgiamo che i loro sguardi, insieme a fasci di luci colorate che danzano al ritmo delle note che sentivamo poco prima, sono puntati sulla facciata del Palazzo della Mercanzia, sede del nuovo Museo Gucci

Nel cinquino con la Banda

Posted by Linda Betti On luglio - 9 - 2011

Il T@zebao e La Repubblica Firenze presentano un video realizzato da Benedetto Ferrara, che intervista la Bandabardò. Una dialogo frizzante ed estemporaneo fra il giornalista e la Live Band fiorentina, all’indomani dell’uscita del loro nuovo album “Scaccianuvole“.

“Graffi di cioccolata”

Posted by Gianluca Giannini On luglio - 8 - 2011

di Gianluca Giannini*

Una mano bianca dalle dita lisce e rotondette è sospesa, incerta, sopra un vassoietto di cartone stipato di cioccolatini. Quale scegliere? la conchiglia bianca che sembra approdata dai mari del sud, o la rosa in boccio scolpita nel cacao o la stella scurissima dalle punte gonfie di crema, oppure il bauletto bronzeo su cui spicca un chicco di caffè? Infine la mano plana lentamente sul vassoietto come fosse una colomba e afferra delicatamente nel becco delle due dita strette ad artiglio, la stella corvina. Se la porta lentamente sulla lingua che è tutta tesa e sporgente come quella di una bimba pronta a ricevere l’ostia. La bocca si richiude beata, schiacciando la pasta profumata contro il palato. In quel momento si sente una voce che chiama: “Serena! sei ancora qui? Lo sposo ti aspetta davanti alla chiesa, tuo padre è giù che ti attende con la portiera della macchina aperta.” Serena ascolta le parole che sembrano provenire dalla sua bocca piena di cioccolata: “Vengo subito, arrivo”! Ma non è la sua voce, si dice, c’è qualcosa in essa che non le appartiene. Le dita, furtive, si abbassano ancora una volta su quei cioccolatini che splendono di una luce scura e promettente.
Afferrano la conchiglia di cioccolato bianco e la posano con calma sulla lingua.  Poi è la volta del bauletto scuro sormontato dal chicco bruno che scivola fra i denti e si squaglia liberando un delizioso aroma di caffè tostato. “Serena”! gridano da fuori. “Vengo”!
Le dita sporche di cioccolata si strofinano sull’ampia gonna di organza bianca lasciandovi due tracce scure. La giovane sposa fa un passo verso la porta. Ma poi si ferma, torna indietro e con dita tranquille continua a pescare nel vassoietto, tirando su ora una foglia di quercia color oro bruciato, ora una spiga di grano dal profumo squisito, ora un pesciolino dal colore tenebroso di una notte senza luna.
Come in un incantesimo, quei memorabili cioccolatini erano riusciti ancora una volta a rievocarle, a poco meno di un‘ora dal matrimonio, i momenti d’oro con Simone. Entrambi studenti, si erano conosciuti l’anno prima all’università, nella nuova biblioteca con un magnifico affaccio sulla Cupola della cattedrale. Un giorno, sul suo libro di letteratura italiana lasciato sul tavolo Serena trovò un piccolo cioccolatino fondente e un biglietto: “La vita è come una scatola di cioccolatini…”. Girò il foglio: “… non sai mai quello che ti capita! S”.
Lei sollevò lo sguardo smarrito che si incrociò con quello malizioso ma ironico - alla Humphrey Bogart de noantri - di un ragazzo moro, stempiato e un filo di barba, seduto dall’altra parte del tavolo, che teneva ben aperto e in bella vista davanti a sé un voluminoso dizionario di cinema, capovolto. 
Il loro primo appuntamento fu poche ore dopo in una piccola pasticceria a due passi dalla biblioteca. Fu lì che scoprirono di piacersi, e molto: quando si baciarono la bocca di Serena sapeva di caffè; quella di Simone, di cioccolata.
Il treno dei ricordi di Serena, ormai lanciato ed inarrestabile sui binari del passato, entra presto nella sua stazione preferita: la notte in cui Simone le disse per la prima volta le due paroline magiche, “ti amo“. 
Successe nel letto di una camera d’albergo da cui si poteva scorgere uno spicchio illuminato dei Lungarni. Sdraiati su un fianco l’una di fronte all’altro, uniche vesti le lenzuola, e in mezzo a loro un ospite d’onore: proprio una scatola di quei cioccolatini. A turno le loro mani svolazzanti afferravano una delizia alla volta e se la gustavano con lentezza e voluttà.
Mentre la mano di Serena planava su una nuova preda, lui commentò: “Perché proprio quello? Prendi anzi questo, non vedi com’è più bello, invitante?!”. Simone pescò sicuro e mostrò il prescelto.
“Ma…veramente io non vedo…”, rispose lei interdetta.
“Guardalo bene! Non è irresistibile?! Non ho mai visto prima una… una stella… così strana, così scura eppure così ghiotta! Basta vedere le sue… punte! Sembrano fatte di…”, ne addentò un piccolo morso, “…sono piene di crema! Fffiuuu… e che crema!”.
“Ma cosa ti prende… ?”, disse lei. “Certo, chi l’avrebbe detto?”, continuò Simone, “che un giorno sarei riuscito a mordicchiare una stella?! In fondo però, è quello che certe notti faccio con te tra le lenzuola…”.  Ammiccò ed esibì tra pollice ed indice, di fronte agli occhi color nocciola di Serena incorniciati da un caschetto di capelli scuri, quella che secondo lui era una straordinaria leccornia. Per poi farsela sparire in bocca. “Nooo! Non ci posso credere!”, esclamò con voce impastata mentre rigirava tra le dita un altro cioccolatino. “Una… una conchiglia!
“Ah, sì? Una conchiglia, dici? E sentiamo… di che… di che colore, sarebbe?” chiese Serena incuriosita.
“Non la vedi? Questa è… è fatta di cioccolata bianca. Proviene senz’altro da… qualche sconfinata spiaggia da sogno… Maldive, Honolulu… ha lo stesso colore dorato della sabbia”. Quando Serena fu sul punto di dire qualcosa, Simone si portò il cioccolatino all’orecchio e le avvicinò una mano alla bocca: “Sssstt ! Si sente pure… la risacca dell’Oceano! E anche… i tuoi gridolini di gioia mentre ci fai il bagno con me… nel nostro futuro viaggio di nozze!”
Guardandole le labbra, Simone sollevò in alto il cioccolatino e dischiuse di poco la sua bocca, inducendo Serena a sporgere la lingua per accogliervi quella conchiglia così prodigiosa.
Mentre la assaporava lei scosse la testa ed accennò un sorriso. I cioccolatini di quel vassoio erano davvero squisiti, ma tutti, proprio tutti uguali: piccoli, semplici lingotti fondenti.
“Be’, mi sa tanto che quel bagno te lo dovrai fare da solo…” disse Serena provando ad assecondare il gioco di Simone.
“Da solo? Senza di te, io laggiù sarei… come questo! Solo un… triste pesciolino… dal cuore di tenebra… invisibile nelle notti di luna nuova!”. E un altro cioccolatino andò a sciogliersi nel palato di Simone.
“Ma allora tu… tu non sei un critico cinematografico… sei un grande, eccelso Poeta!” replicò Serena con gli occhi sgranati e coprendosi le guance con le mani.
“Ti ringrazio, Regina del Mio Cuore. Permettimi di regalarti questo… anzi no, questo… una giovane rosa… scolpita petalo per petalo nel più raffinato cacao!”
“Mio suddito prediletto, a Sua… anzi, a Mia Maestà non si addicono fiori… bensì gioielli inestimabili. Quando li avrai, riponili pure qui, dentro questo piccolo… scrigno di bronzo… con la serratura a forma di… chicco di caffè. Se ci riesci…” In bocca, le parve di sentire davvero l’aroma del caffè spandersi sulla lingua. “Piuttosto… quest’altro, che cosa ti ricorda?”, chiese Serena, “Dovrebbe bastarti il suo profumo, in-di-men-ti-ca-bi-le!”
“…allora devo avere avuto il raffreddore!”, rispose Simone leccando una traccia di rosa rimasta sul suo pollice.
“No caro! Allora eri in perfetta forma! Questa è una delle migliaia di spighe di grano che ci hanno accolto la prima volta che abbiamo fatto l’amore, là, in quel campo buio dietro a quel ristorante in campagna!”. E la spiga sparì tra le labbra di Serena.
“Che memoria, Mia Regina! …e questa invece? Fa forse parte del medesimo campo questa foglia di… questa foglia di quercia, di color… di color… oro bruciato?!”
“Non saprei, dammela un po’…”. Serena la prese ed aggrottò le sopracciglia. “Guardandola meglio da vicino… c’è una frase di glassa… dice: ‘Il cioccolato… come l’amore… può provocare traveggole’”.
Simone puntò l’indice verso Serena e balbettò: “…p-poeta, a-anche tu?!”
“Bastardo!”, ruggì Serena lanciandogli contro il cioccolatino.
I due scoppiarono a ridere; poi si abbracciarono. Le loro bocche si scambiarono frenetiche gli stessi sapori, mentre le mani esplorarono avidamente ogni angolo dei loro corpi, disegnando sulla pelle sottili e nervosi graffi di cioccolata. Poi le labbra di Simone, procedendo a piccoli baci, si mossero lentamente fino ad un orecchio di Serena, dove sussurrarono le due paroline magiche…
“Muoviti, fifona!”
E’ invece la voce di Veronica, cugina di Serena e sua testimone, che squilla come una sveglia al di là della porta del bagno in cui la sposa si era rinchiusa da più di mezz’ora. Giusto il tempo di riavviarsi i capelli davanti al grande specchio sul lavandino e di nascondere il vassoietto dei cioccolatini dentro il cesto della biancheria sporca; poi un secco giro di chiave e apre la porta. “Un altro po’ e me la faccio addosso, lo sai?“ dice Veronica sgattaiolando dentro,“e se non ti sbrighi a scendere, vado e me lo sposo io, il tuo uomo!”.
Una corsa in auto e infine, sulle note della marcia nuziale, Serena avanza lentamente a braccetto del padre nella chiesa gremita, con il bouquet di fiori tenuto sopra la macchia di cioccolato del vestito. Il suo sguardo sembra concentrato verso l’altare, dove l’attende lo sposo. Tra i volti di parenti e amici riesce però a riconoscere l’unica persona che non la guarda passare. Un ragazzo moro, stempiato ma stavolta accuratamente sbarbato, intento a strofinarsi la cravatta per cercare di cancellare una traccia scura.

(*Racconto presentato nel 2003 al concorso letterario ”Cioccolato…passione“, allora proposto dal marchio dolciario Novi, e ispirato dall’incipit – in corsivo nel testo – offerto per quell’occasione dalla scrittrice Dacia Maraini)

Un Caffè che non c’è più

Posted by Gianluca Giannini On giugno - 5 - 2011

di Massimo Pettinelli
Nei primi anni che vivevo a Prato, nelle mattine libere dal lavoro, passavo dal Caffé Giulebbe situato nel centro cittadino nella parte del viale Piave entro le mura di via Pomeria.
In altri giorni per me sarebbe stato fuori mano.
Le alte e chiare mura del Castello dell’Imperatore facevano da cornice e seppur distanti lo rendevano fortemente presente per eleganza e perseverante forza antica. L’immagine del Castello era riflessa sui vetri del locale e dall’interno si scorgeva diretta, oltre l’ampia vetrata davanti ai tavolini, in un fermo immagine che pareva una cartolina rappresentante le bellezze d’Italia.
Adesso quel Caffé non esiste più. Ha fatto posto ad un’altra attività; più commerciale.
La bontà della colazione e il posto per sedere ordinato e occupabile mi facevano star bene, quasi che per la tranquillità di una persona bastassero queste semplici cose.
Per l’oretta da passarci sceglievo a casa un libro o una rivista da portare per leggere lì dentro; più che altro un leggicchiare per farmi compagnia prendere tempo e ascoltare; osservare intorno ogni tanto, avendo come la certezza che da quella porta vicino a me, ogni giorno passasse la città intera.
Dai dialoghi delle persone che entravano, uscivano e dagli avventori al banco, captavo parole, gesti e sguardi, e dal loro spaccato di vita scaturivano frasi e idee da annotare per poi rielaborarle di sera nel silenzio di casa; ecco allora, cercare qualche foglietto che di solito tenevo in tasca o in mancanza, accontentarmi di un altro tovagliolo prelevato al banco e portato al tavolino dove stava la mia colazione, certo di non essere visto quando ci avrei scritto sopra; guardingo e teso come scolaro che copia.
Le frasi appuntate finivano sempre entro poche righe ma non potevo permettermi di perderle, sarebbe stato come dimenticare per sempre o per molto tempo ancora qualcosa di intimo. Un tassello irrinunciabile come un’importante cosa compiuta.
In quelle mattine capitava di vedere il mio medico curante fermarsi a fare colazione. Ci stava poco ed era sempre in compagnia di qualcuno, forse un amico o un paziente incontrato per caso; chissà. Bastava un cenno, un sorriso fra noi o un saluto frettoloso per darci il buongiorno e avere chiaro che per entrambi tutto continuava come sempre.
Quel catalogo di volti quotidiani abitavano l’originalità del luogo mentre le voci incorniciavano il sonoro del lavoro dei baristi indaffarati con le tazzine che cozzavano e le giravolte dei loro corpi nel servire i clienti assiepati al bancone di metallo scuro, con l’aria a pressione sbuffante della macchina da caffè italiana, lucida e fiera nella sua efficiente gradevolissima funzione ad accompagnare quella cerimonia di mani che ruotano leggermente come a disegnare un cerchio ideale che riflette le nostre speranze mischiando fino a confonderli il dolce con l’amaro; di braccia e gomiti che si alzano quanto basta a portare ancora una volta la bevanda calda alla bocca per ripartire da lì a rifondare la propria giornata.
Una giostra di lavoro e di vita dava corpo al giorno iniziato, conferendogli il sapore come di una svolta intessuta di relazioni e riflessioni.
Incontri anche fugaci ma ai quali non possiamo rinunciare; come non rinunciamo all’aria che va respirata, all’assecondare un’ansia leggera che s’impone a poco a poco o a certi momenti in cui un’emozione fa groppo in gola guidandoci a fare ciò che può apparire superfluo ma che così non lo è.
Un Caffé che chiude è un vuoto. Un abbandono come un narrato che s’interrompe per sempre.

Firenze contro tutti… e poi?

Posted by Gianluca Giannini On maggio - 15 - 2011

di Nicola Menicacci

Firenze contro il mondo. Oltre ad evocare la memoria di un film di Fantozzi (e c’è pure la F iniziale), questa mostra en plein air mi fa rabbrividire.Il primo motivo è perché è proprio detto male: Firenze contro il mondo. Molto meglio la versione inglese, Firenze vs. the world, scritto nel linguaggio degli eventi sportivi (versus), con più leggerezza.
Il messaggio “contro” è negativo in partenza. Presuppone uno scontro, qualcosa da cui qualcuno ne esce sconfitto.In questo caso proprio noi, purtroppo.
Dal punto di vista grafico, alcune suggestioni sono molto originali, divertenti e profonde. Quando, parlando di divise, si contrappone una bella vigilessa ad un generale afgano, ben venga.
Quando compare il cuoco col suo bel lampredotto contrapposto al latino texano, anche quello in fondo mi può andar bene. Quando però si comincia a scadere sul tempo libero, con persone in età da pensione con la cartella del bingo a rappresentare Firenze “contro” un cinese ad un attrezzo di un parco giochi, comincio a storcere il naso…
Si arriva poi all’apoteosi della stupidaggine quando si parla di centauri: da un lato un biker tipicamente Easy Rider con tanto di casco a stelle e strisce (ma che “bip” c’entra con Firenze) seduto su un bolide americano al Piazzale Michelangelo (si capisce che è il Piazzale solo perché ci siamo stati più volte, sia da quando ci chiusero Boboli e quindi quando si faceva forca non si sapeva più dove andare sia per impressionare la turista agganciata con mano sapiente poche ore prima) e dall’altro il tipico mediorientale su una vecchia moto.
Qui allora capisco che questa mostra più che esaltare le note caratteristiche di Firenze in realtà corre il rischio di diventare il manifesto del rifiuto di ciò che sta fuori delle mura.
Che poi alla fine è come sputare sul piatto in cui si mangia.
Togliamo il resto del mondo a Firenze, con i suoi turisti, quelli che vengono qui per la moda, l’artigianato, e cosa ci rimane?
La nostra faziosità, il nostro vantarsi di essere una città che ha creato il mondo moderno.
Insomma, alla fine abbiamo bisogno che i nostri morti ci dicano chi siamo perché noi, a quanto pare, non lo sappiamo più.
E gli altri vanno avanti.

“Chi Vespa mangia le mele”: gloria fiorentina della pubblicità

Posted by Gianluca Giannini On maggio - 11 - 2011

di Maurizio Ferrini

 

Ad intervalli casuali di tempo si torna a parlare della campagna “Chi Vespa mangia le mele”. E questo accade dal 1969, anno di uscita.
Perché parlarne in questa sede, dentro “il Tazebao”, magazine diffuso via Web particolarmente attento alla vita fiorentina?
Per il motivo che questa campagna, una delle più note e persino chiacchierate nel mondo della pubblicità italiana, fu creata a Firenze, ed è tuttora uno dei pochi casi di un grande successo di visibilità ottenuto da una campagna nata al di fuori della piazza pubblicitaria per antonomasia, che naturalmente è Milano.
Peraltro, ci fu tutta una stagione nemmeno breve (durò da fine anni ’60 fino a tutti gli anni ’80) che vide una grandissima vivacità creativa nella piazza di Firenze.
Vi operavano due agenzie di pubblicità  di notevoli dimensioni e di altissima qualità produttiva: la Leader, autore storico (tra l’altro) delle campagne Piaggio di quegli anni e l’Admarco, altra eccellente compagine con un prestigioso portafoglio clienti. Non solo, ma sempre a Firenze era attiva una casa di produzione che sempre si cita quando si parla di quei piccoli capolavori di creatività e buon gusto che furono i “Caroselli”.
Fatta questa veloce rappresentazione della scena del mondo delle pubblicità fiorentina (e comunque toscana, se ci si allarga alla sede storica degli stabilimenti Piaggio) vorrei dedicare queste note ad una riflessione su quella campagna Vespa e sulla sua sempre sorprendente longevità.

Qualche irrinunciabile antefatto…

…partendo da dei dati arcinoti a coloro che hanno almeno 60 anni, ma che potrebbero risultare strani ai più giovani.
Riducendo le storie all’osso, la Vespa nasce nell’immediato dopoguerra, riciclando gli impianti produttivi e gli stock del magazzino (area ricambi e semilavorati) di una storica fabbrica di aeroplani. In sostanza, le prime motorette sono dei veri e propri riassemblaggi, geniali ma molto approssimativi, di una linea di fabbricazione di piccoli aerei da ricognizione.
Solo per collegare questo antefatto ad un qualcosa che sta nell’immaginario collettivo, ricordiamo tutti il Nanni Moretti di “Caro Diario” (nella versione disegnata è un vero e proprio logo) che va in giro per Roma su una Vespa tutta storta, diciamo con una verticale disassata di almeno una ventina di gradi. Quella caratteristica, oggettivamente un difetto, dipendeva dal fatto che il motore era nato per tutt’altri scopi e per anni non c’è stato verso di riuscire a collocarlo al centro del mezzo.
La Vespa fu un grossissimo successo di mercato negli anni 50 ed all’inizio dei 60. Successo però declinante verso la fine di quel decennio. Non dissimile l’evoluzione del diretto concorrente, altro prodotto-mito dell’Italia neo-industriale neo-consumista: la Lambretta.
Le due aziende produttrici, Piaggio e Innocenti, per uscire dalla crisi (non è che le crisi ce le siamo inventate oggi) presero due strade del tutto diverse: la casa di Lambrate si lanciò in un progetto industriale ex-novo, con un prodotto ambizioso, di rottura, tanto da affidare lo styling all’atelier Bertone. Piaggio operò solo sugli aspetti formali: qualche ritocco di carrozzeria, un nuovo scudetto, e, soprattutto, la ricerca di una campagna pubblicitaria innovativa, brillante, spiazzante.
Campagna affidata ad un’agenzia emergente che in quegli anni si stava mettendo in mostra: la Leader di Firenze.
Merito della campagna, intuizione di un cambiamento profondo nei gusti del pubblico o felice congiuntura stellare, sta di fatto che a distanza di poche stagioni, a noi del team dell’Agenzia accadeva che venissero a cercarci amici vicini e lontani per essere “raccomandati” presso i Concessionari Piaggio per passare avanti nella lista di attesa ed avere la Vespa un po’ prima dei 10, 12 persino 18 mesi che occorrevano normalmente.
Un successo strepitoso.
Nello stesso arco di tempo, Innocenti come produttore di mezzi a due ruote chiudeva i battenti (e nessuno se ne beò). Il suo avveniristico scooter “Lui” fece bella mostra di sé in diversi musei di arte moderna ma si vide pochissimo sulla strade.

 La memoria ed il fattore tempo
Fin qui la storia, che spero di avere correttamente e spassionatamente riferito.
Anche se non è facile essere spassionati nel raccontare un episodio della tua vita professionale che ti ha visto, giovane e baldanzoso, confrontarti con un caso importante, con un’azienda storica, con l’attenzione del pubblico e persino con alcune forme di analisi critica della sociologia dei media. Aspetto questo, al momento, incongruo e sorprendente: nessuno aveva studiato McLuhan, ed il nome Marcuse suonava come un qualcosa attinente la cinematografia tedesca degli anni ’20!
Un episodio chiarisce bene questo aspetto, che può essere interessante come documento storico.
Su questa campagna che, nella primavera del 1969, stava facendo una gran rumore fummo chiamati a relazionare davanti agli studenti del corso di Teoria e Tecnica delle Comunicazioni di Massa presso la facoltà di Scienze Politiche.
L’agenzia era rappresentata da Gilberto Filippetti[1], il creativo, autore a tutti gli effetti della campagna, Vanni Santucci responsabile marketing dell’agenzia ed il sottoscritto, nella sua veste di responsabile dell’ufficio studi. In effetti per le mie mani era passato il pre-test sulla campagna[2].

 Scoprire di essere “i cattivi”
Tanto per gradire, dopo una nostra accurata, direi appassionata, presentazione, da parte dell’uditorio cominciarono ad arrivare domande del tipo “ma voi volete vendere motorette o state cercando di vendere libertà?”.
Entrati in aula come portatori di creatività e di attualità, come promotori di rinnovamento nei linguaggi giovanili, ne uscivamo bollati come manipolatori delle menti, come istigatori di smanie consumistiche e come promotori del superfluo.
La cosa curiosa è che quell’esperienza, ben lungi dal farci arroccare nella difesa di ciò che avevamo realizzato e di come lo avevamo realizzato ci portò a riflettere appassionatamente sulla sostanza e sulla moralità del nostro lavoro.
Arrivammo a ricercare il contatto con quegli studenti che quasi ci avevano tirato le sedie in testa. Scoprendo che molti di loro erano dei neo-laureati, assistenti e ricercatori che erano rientrati in aula per l’occasione, mimetizzandosi con facilità nello sfondo verde-azzurro di eskimi e jeans. Che comunque furono ben disposti a dialogare con noi su un ristabilito piano di rispetto e buona fede.

Ma alla fin fine, la Vespa con le Mele….?
Sui significati linguistici di quella campagna si ragionò molto allora e si è continuato a ragionarci per anni. In effetti l’intenzione creativa originale era molto meno maliziosa rispetto a tutte le interpretazioni date dai tanti che vi si sono affaccendati.
Ciò che si voleva era soprattutto lanciare una formula linguistica insolita, potenzialmente spiazzante rispetto al clima incredibilmente conformistico di quegli anni. E’ chiaro che utilizzando un topos caratterizzato come “la mela” si sapeva che si sarebbero stimolate letture semanticamente ambientate in aree attinenti il sesso e la sessualità, ma non era quella l’intenzione di base.
L’aspettativa era che un messaggio attenzionale perché insolito come claim, centrato su un simbolo ricco di implicazioni (anche implicazioni sessuali) fosse in grado di stimolare discussioni, riflessioni personali e collettive.
Dopo un po’, il verbo “vespare” divenne un sinonimo di fare petting,  più civile di pomiciare e meno scontato di limonare. E il dibattito che ne nascerà, la messa a confronto delle opinioni di chi quella campagna la ricorda come caso mediatico, di chi l’ha vissuta perché da quella campagna ha ricevuto gli input per andare a comprarsi una Vespa, di chi si è domandato cosa voleva dire Vasco Rossi con quelle due o tre strofe un po’ criptiche in una canzone degli anni ’80 (minuto 3.28).
La possibile deriva sessuale aveva preso il sopravvento, indipendentemente dalle intenzioni del suo autore. Ma Piaggio per decenni ha continuato (e, pur con qualche trauma, continua ancora) a rappresentare una gloria industriale nazionale.


[1] Gilberto era un creativo a tutto tondo. Anche se per  estrazione di studi era un art, per la campagna delle “mele” e per tante altre campagne di successo della Leader fu autore anche della copy.

 [2] Altro aspetto singolare fu che con un tasso di accettazione preso il pubblico obiettivo pari ad un non esaltante 70%, la campagna fu approvata dal CdA Piaggio, a quanto mi risulta composto da membri di età media oltre i 70.

Incontri fra Storia e Cinema alle Oblate

Posted by Linda Betti On novembre - 14 - 2010

Lo scorso 4 novembre, noi de Il T@zebao abbiamo seguito l’incontro dal titolo:“Ma il Cinema è l’arma più forte?”..cinema fra politica, ricerca del reale, arte e denuncia sociale, organizzato dall’associazione pAssaggi di Storia in collaborazione con Festival dei Popoli e Biblioteca delle Oblate.

La serata, coordinata dallo storico Enrico Acciai è iniziata con la proiezione del documentario La Canta delle Marane per la regia di Cecilia Mangini con testo e voce recitante di Pier Paolo Pasolini.

Il dibattito è proseguito con gli interventi di:  Luca Peretti, ricercatore e giornalista,  Vittorio Iervese, sociologo, Giovanni Cioni, regista e Alberto Lastrucci coordinatore del  51° Festival dei Popoli.

Infine i presenti hanno preso visione di altri due documentari (Collage di Piazza del Popolo di Sandro Franchina e Lambert e Co. di D.A. Pennebaker)

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