Firenze “muore lentamente” in “Morte a Firenze”,’ l’ultimo libro di Marco Vichi, scrittore fiorentino noto soprattutto per la saga del commissario Bordelli. Quest’ultimo è il protagonista di questo romanzo e questa volta è alle prese con la scomparsa di un bambino di 13 anni. E’ l’ottobre del 1966 e durante le indagini, arriva l’alluvione a Firenze.
Le indagini del commissario Bordelli si sviluppano sullo sfondo della Firenze degli anni 60, in un quadro storico estremamente fedele e che al contempo riesce a cogliere l’anima rinascimentale immutabilmente presente nella città.
L’immagine che ne esce è quello di una Firenze senza sfarzi, di cui Vichi non esalta la bellezza monumentale, ma della quale riesce a cogliere la sensazione di immobilità di una città e dei suoi cittadini troppo legati al loro passato. E lo fa attraverso una sceneggiatura monocromatica, ricoprendo i paesaggi di una poltiglia marrone, prima ancora che il fango dell’alluvione rivesta le strade.
Firenze sta morendo ma è anche superba nel risorgere tramite i suoi abitanti che si stringono attorno alla loro città per rivederla splendere.
Attraverso lo sguardo burbero e ironico di un commissario Bordelli quasi infastidito da questo senso di immutabilità, ci viene offerta una delle immagini più veritiere dell’indole fiorentina:
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“Imboccò via Tornabuoni slittando sulla melma, oppresso dai suoi pensieri amari. Davanti alla desolazione del Lungarno franato aveva sentito addirittura una punta di piacere, come se finalmente si fosse compiuta una vendetta. Fosse almeno crollato il Ponte Vecchio, e magari anche il Duomo, Palazzo Vecchio e tutti i Filistei… Firenze credeva di essere salva in nome del suo passato glorioso, come un figlio deficiente che vive sugli onori di suo padre o di suo nonno. Anche il macellaio Panerai e il trippaio di San Lorenzo erano convinti che nelle proprie vene scorresse ancora il sangue di Dante, di Michelangelo, di Leonardo, di Brunelleschi. Guardatevi intorno e sbalordite, tutte le cose belle che vedete le abbiamo fatte noi… noi fiorentini. Da qui è partita la scintilla del rinnovamento del mondo, tutti devono inchinarsi di fronte al nostro genio. Venite a spendere i vostri soldi nella culla del Rinascimento, comprate i nostri ninnoli, le nostre cartoline, le statuette del David, i gioielli forgiati dall’anima di Benvenuto Cellini, dormite nei nostri alberghi, mangiate le nostre bistecche, la pasta e fagioli, la trippa, il lampredotto, fate un giro in carrozza, toccate il naso al Porcellino… Che ce ne importa di creare altre opere immortali, quando possiamo vendere quelle che già abbiamo ? La nostra vera anima è sempre stata il commercio, il dio che ci protegge è lo stesso dio dei ladri… E adesso Firenze tremava, perchè il suo tesoro era stato inzaccherato dal fango.”
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