di Maurizio Ferrini

Ad intervalli casuali di tempo si torna a parlare della campagna “Chi Vespa mangia le mele”. E questo accade dal 1969, anno di uscita.
Perché parlarne in questa sede, dentro “il Tazebao”, magazine diffuso via Web particolarmente attento alla vita fiorentina?
Per il motivo che questa campagna, una delle più note e persino chiacchierate nel mondo della pubblicità italiana, fu creata a Firenze, ed è tuttora uno dei pochi casi di un grande successo di visibilità ottenuto da una campagna nata al di fuori della piazza pubblicitaria per antonomasia, che naturalmente è Milano.
Peraltro, ci fu tutta una stagione nemmeno breve (durò da fine anni ’60 fino a tutti gli anni ’80) che vide una grandissima vivacità creativa nella piazza di Firenze.
Vi operavano due agenzie di pubblicità di notevoli dimensioni e di altissima qualità produttiva: la Leader, autore storico (tra l’altro) delle campagne Piaggio di quegli anni e l’Admarco, altra eccellente compagine con un prestigioso portafoglio clienti. Non solo, ma sempre a Firenze era attiva una casa di produzione che sempre si cita quando si parla di quei piccoli capolavori di creatività e buon gusto che furono i “Caroselli”.
Fatta questa veloce rappresentazione della scena del mondo delle pubblicità fiorentina (e comunque toscana, se ci si allarga alla sede storica degli stabilimenti Piaggio) vorrei dedicare queste note ad una riflessione su quella campagna Vespa e sulla sua sempre sorprendente longevità.
Qualche irrinunciabile antefatto…
…partendo da dei dati arcinoti a coloro che hanno almeno 60 anni, ma che potrebbero risultare strani ai più giovani.
Riducendo le storie all’osso, la Vespa nasce nell’immediato dopoguerra, riciclando gli impianti produttivi e gli stock del magazzino (area ricambi e semilavorati) di una storica fabbrica di aeroplani. In sostanza, le prime motorette sono dei veri e propri riassemblaggi, geniali ma molto approssimativi, di una linea di fabbricazione di piccoli aerei da ricognizione.
Solo per collegare questo antefatto ad un qualcosa che sta nell’immaginario collettivo, ricordiamo tutti il Nanni Moretti di “Caro Diario” (nella versione disegnata è un vero e proprio logo) che va in giro per Roma su una Vespa tutta storta, diciamo con una verticale disassata di almeno una ventina di gradi. Quella caratteristica, oggettivamente un difetto, dipendeva dal fatto che il motore era nato per tutt’altri scopi e per anni non c’è stato verso di riuscire a collocarlo al centro del mezzo.
La Vespa fu un grossissimo successo di mercato negli anni 50 ed all’inizio dei 60. Successo però declinante verso la fine di quel decennio. Non dissimile l’evoluzione del diretto concorrente, altro prodotto-mito dell’Italia neo-industriale neo-consumista: la Lambretta.
Le due aziende produttrici, Piaggio e Innocenti, per uscire dalla crisi (non è che le crisi ce le siamo inventate oggi) presero due strade del tutto diverse: la casa di Lambrate si lanciò in un progetto industriale ex-novo, con un prodotto ambizioso, di rottura, tanto da affidare lo styling all’atelier Bertone. Piaggio operò solo sugli aspetti formali: qualche ritocco di carrozzeria, un nuovo scudetto, e, soprattutto, la ricerca di una campagna pubblicitaria innovativa, brillante, spiazzante.
Campagna affidata ad un’agenzia emergente che in quegli anni si stava mettendo in mostra: la Leader di Firenze.
Merito della campagna, intuizione di un cambiamento profondo nei gusti del pubblico o felice congiuntura stellare, sta di fatto che a distanza di poche stagioni, a noi del team dell’Agenzia accadeva che venissero a cercarci amici vicini e lontani per essere “raccomandati” presso i Concessionari Piaggio per passare avanti nella lista di attesa ed avere la Vespa un po’ prima dei 10, 12 persino 18 mesi che occorrevano normalmente.
Un successo strepitoso.
Nello stesso arco di tempo, Innocenti come produttore di mezzi a due ruote chiudeva i battenti (e nessuno se ne beò). Il suo avveniristico scooter “Lui” fece bella mostra di sé in diversi musei di arte moderna ma si vide pochissimo sulla strade.
La memoria ed il fattore tempo
Fin qui la storia, che spero di avere correttamente e spassionatamente riferito.
Anche se non è facile essere spassionati nel raccontare un episodio della tua vita professionale che ti ha visto, giovane e baldanzoso, confrontarti con un caso importante, con un’azienda storica, con l’attenzione del pubblico e persino con alcune forme di analisi critica della sociologia dei media. Aspetto questo, al momento, incongruo e sorprendente: nessuno aveva studiato McLuhan, ed il nome Marcuse suonava come un qualcosa attinente la cinematografia tedesca degli anni ’20!
Un episodio chiarisce bene questo aspetto, che può essere interessante come documento storico.
Su questa campagna che, nella primavera del 1969, stava facendo una gran rumore fummo chiamati a relazionare davanti agli studenti del corso di Teoria e Tecnica delle Comunicazioni di Massa presso la facoltà di Scienze Politiche.
L’agenzia era rappresentata da Gilberto Filippetti[1], il creativo, autore a tutti gli effetti della campagna, Vanni Santucci responsabile marketing dell’agenzia ed il sottoscritto, nella sua veste di responsabile dell’ufficio studi. In effetti per le mie mani era passato il pre-test sulla campagna[2].
Scoprire di essere “i cattivi”
Tanto per gradire, dopo una nostra accurata, direi appassionata, presentazione, da parte dell’uditorio cominciarono ad arrivare domande del tipo “ma voi volete vendere motorette o state cercando di vendere libertà?”.
Entrati in aula come portatori di creatività e di attualità, come promotori di rinnovamento nei linguaggi giovanili, ne uscivamo bollati come manipolatori delle menti, come istigatori di smanie consumistiche e come promotori del superfluo.
La cosa curiosa è che quell’esperienza, ben lungi dal farci arroccare nella difesa di ciò che avevamo realizzato e di come lo avevamo realizzato ci portò a riflettere appassionatamente sulla sostanza e sulla moralità del nostro lavoro.
Arrivammo a ricercare il contatto con quegli studenti che quasi ci avevano tirato le sedie in testa. Scoprendo che molti di loro erano dei neo-laureati, assistenti e ricercatori che erano rientrati in aula per l’occasione, mimetizzandosi con facilità nello sfondo verde-azzurro di eskimi e jeans. Che comunque furono ben disposti a dialogare con noi su un ristabilito piano di rispetto e buona fede.
Ma alla fin fine, la Vespa con le Mele….?
Sui significati linguistici di quella campagna si ragionò molto allora e si è continuato a ragionarci per anni. In effetti l’intenzione creativa originale era molto meno maliziosa rispetto a tutte le interpretazioni date dai tanti che vi si sono affaccendati.
Ciò che si voleva era soprattutto lanciare una formula linguistica insolita, potenzialmente spiazzante rispetto al clima incredibilmente conformistico di quegli anni. E’ chiaro che utilizzando un topos caratterizzato come “la mela” si sapeva che si sarebbero stimolate letture semanticamente ambientate in aree attinenti il sesso e la sessualità, ma non era quella l’intenzione di base.
L’aspettativa era che un messaggio attenzionale perché insolito come claim, centrato su un simbolo ricco di implicazioni (anche implicazioni sessuali) fosse in grado di stimolare discussioni, riflessioni personali e collettive.
Dopo un po’, il verbo “vespare” divenne un sinonimo di fare petting, più civile di pomiciare e meno scontato di limonare. E il dibattito che ne nascerà, la messa a confronto delle opinioni di chi quella campagna la ricorda come caso mediatico, di chi l’ha vissuta perché da quella campagna ha ricevuto gli input per andare a comprarsi una Vespa, di chi si è domandato cosa voleva dire Vasco Rossi con quelle due o tre strofe un po’ criptiche in una canzone degli anni ’80 (minuto 3.28).
La possibile deriva sessuale aveva preso il sopravvento, indipendentemente dalle intenzioni del suo autore. Ma Piaggio per decenni ha continuato (e, pur con qualche trauma, continua ancora) a rappresentare una gloria industriale nazionale.
[1] Gilberto era un creativo a tutto tondo. Anche se per estrazione di studi era un art, per la campagna delle “mele” e per tante altre campagne di successo della Leader fu autore anche della copy.
[2] Altro aspetto singolare fu che con un tasso di accettazione preso il pubblico obiettivo pari ad un non esaltante 70%, la campagna fu approvata dal CdA Piaggio, a quanto mi risulta composto da membri di età media oltre i 70.