di Massimo Pettinelli*
Fu per strada che lo incontrai di nuovo, la mattina di un giorno di lavoro.
Percepivo quanto era fredda l’aria per strada dal vapore denso e visibile che emanava il suo respiro.
Polmoni deboli per gli anni trascorsi nella tintoria industriale. Con il primo sole, nella mia auto l’aria si era fatta tiepida e quando svoltai lo riconobbi subito seppure in controluce. Camminava con il solito passo corto; obbligato nel pesante cappotto di lana cardata, di taglio e foggia fuori moda ma impeccabile addosso. L’abbacinare del sole rendeva lucidi i suoi capelli; bianchi e un po’ arruffati, corti sul davanti in contrasto con le folte sopracciglia sporgenti sopra la montatura delle lenti scure. Giorgio, sapevo questo, il suo nome. Ci voleva il nome, per intessere confidenza e dargli del tu, in un colloquio immaginario e forse ipocrita. La mattina se non lo vedevo mi preoccupavo; ero pervaso da un senso di colpa che avrei voluto soffocare ancor prima che si manifestasse in me.
Una maschera d’indifferenza la mia, comoda da non togliere e intimamente pesa come un macigno per non osare chiedere alcuna cosa, neanche la più banale; temevo la mia fragilità -e poi lui così diffidente verso le voci dei volti sconosciuti, pensavo. Mi chiedevo come avesse passato la notte appena trascorsa; com’ era possibile frequentare gli stessi marciapiedi ed essere così profondamente distanti, sconosciuti agli altri e perciò anche a noi stessi, incuranti, se non intimamente, del disagio e dolore altrui, delle pene vissute accosto ai nostri muri di casa per non trovare il coraggio di esprimere la propria sofferenza.
All’ombra delle stesse nubi passeggere.
Giorgio amava passare per le vie meno frequentate, secondarie, nel segno del suo stile di vita, di un’esistenza parallela al quotidiano divenire di noialtri; trasversale come le vie a lui più connaturali, di periferia, con i campi da edificare, dov’era facile incrociare qualche afflitto cane
randagio o gruppi d’emigranti d’ogni est e sud del mondo, profughi immersi nell’affanno e pena di un’esistenza da comporre o ancora smarrita ma accolti dall’operosa città laniera, controllati dallo sguardo curioso dei gatti accovacciati al sicuro sotto le auto in sosta o vicini a qualche cassonetto sporco.Sono pochi gli anni in cui un uomo è protagonista. Molti, quelli in cui la sorte o la ragione, lo fanno essere uno spettatore passivo, nel caso di Giorgio, una presenza. Per tanti, gli anni migliori sono quelli della giovinezza, con la voglia di consumarla, spremerla finché si può, come se fosse solo nostra. Condannati dalla fretta del tempo che non mostra altri orizzonti, non ci consente, se non in rari momenti, di alzare gli occhi al cielo; lassù, fin dove le nuvole osano parlarci. Sotto quel cielo cammina instancabile Giorgio.
Il suo sguardo non è disturbato dalle punte dei palazzi, dallo sventolio nervoso delle bandiere pubblicitarie, dalle gru per l’edilizia o per i cavi protesi e infiniti che ritagliano il cielo in spicchi d’acquerello.
Sa che quelle nuvole ci parlano, discretamente. Sono compimento silenzioso di un giorno che gratuitamente è venuto per noi e poi andarsene
via in punta di piedi, irripetibile nella sua originalità. Di nuovo avrebbe osato meravigliarci e noi invece, senza capire quanto sia prezioso il cielo, rimaniamo assorti nei nostri conflitti, nelle nostre barriere che rendono il sangue amaro e non ce ne accorgiamo neanche stavolta. Giorgio adesso è fermo, si riposa con il suo bastone bianco che gli dà sicurezza mentre odora l’aria portata dal vento. La annusa insieme al suo cane, tende l’orecchio e volge la fronte al cielo, percependo nell’inclinare leggero del volto ciò che a noi resterà quotidianamente invisibile.
(*con questo racconto, l’autore ha vinto il Premio Letterario “Prato per la pace” edizione 2007 nella sezione racconto breve adulti, avente come tema “Il Tessuto di Prato: Storie di trame e orditi di pace”.)