“Prato, La Querce. Un caffè di primo mattino in una pasticceria. E’ molto presto. Non c’è quasi nessuno. Siedo ad un tavolino. Oltre la vetrata davanti a me, Travalle si apre verso il nord. In lontananza, le nuvole alte danno profondità allo sguardo. C’è contrasto fra quella tazza bianca chiusa in se e ciò che appartiene al cielo che si colora all’infinito ai nostri occhi.
Al tavolino accanto, siedono tre uomini; penso sessantenni e stranieri -anche se prima non mi sembrava- perchè li sento parlare in una lingua strana. Sbircio meglio; anche nei modi sono diversi ma uno di loro mi ricorda qualcuno. Ha in mano una cartella di tessuti. Mi pare un viso conosciuto da molto tempo. Lì per lì non realizzo chi. Poi, come d’incanto, lo ritrovo in un volto noto; quello del poeta Eugenio Montale.
Mi sembra strano pensarlo ma è così. E’ il suo profilo a ricordarmelo perché identico.
Certi volti si somigliano. A volte troppo.
Vi sono tipi di volto e di figure che sono quasi identici, e con i volti gli sguardi e i gesti, simili le movenze.
Il tutto, come mosso da un senso d’appartenenza segreto, profondo; inappellabile. Misterioso a noi ne è il disegno.
Forse sono magnetiche affinità dell’anima in corso d’opera. I volti si somigliano ed è come se racchiudessero in se un valore aggiunto, quello di un uomo perduto nel tempo o l’altro già conosciuto o disperso da qualche parte del mondo pronto a meravigliarci di nuovo nel mistero d’ogni segreto.
I volti si evocano oltre ogni confine. Così il volto di quell’uomo e la sua persona divenivano a me, familiari.”
Dopo “San Jacopino”, pubblichiamo questo secondo, breve racconto di Massimo Pettinelli, suggestioni (liberamente “interpretate” dal Tazebao) di un fiorentino ‘trapiantato’ a Prato davanti ad un caffè di prima mattina…





