Firenze, per un toscano, rappresenta al tempo stesso la croce e l’orgoglio della propria toscanità. Se un simile aggettivo possa avere un senso. “Ah, tu sei di Firenze!”, ti dicono ovunque tu vada in giro per il Belpaese. Per tutti gli italiani, ogni toscano è un fiorentino: basta una “c” strascicata. Il guaio è che i fiorentini si riconoscono dalla “c” aspirata, ma vaglielo a dire a un romano. E d’altra parte c’è molta Firenze nella vita di ognuno di noi che siamo cresciuti al mare, d’estate, aspettando gli amici fiorentini che venivano a riempirti le giornate assolate e che non vedevi l’ora di ritrovare dopo un anno passato tra i nativi. Poi crescevi e imparavi a distinguere, ad apprezzare e capire.
A capire che a Firenze ci sono i fiorentini; non solo quelli, ma tanti fiorentini. Ed i fiorentini veri non è che siano poi tanto normali. Così come non lo sono i milanesi di Milano o i romani di Roma. A modo loro vivono la loro fiorentinità con un eccessivo senso di superiorità, come se si trattasse di una missione, come se fossero stati unti in qualche modo e destinati a governare sul resto della plebe, come se il resto della Regione fosse sempre in debito con loro. Come se non ci fosse vita senza Firenze. O oltre l’Osmannoro. Personalmente l’ho imparato molti anni fa, ma ne ebbi la prova tangibile solo quando l’azienda per cui ebbi a donare anni della mia breve vita venne trasferita nella Capitale, anzi nella “Hapitale” della Toscana.
Prima ci fu un periodo in cui loro, i Prìncipi dalla Hapitale, furono costretti a trasferire le loro auguste chiappe nella località montana in cui un editore dalle poche idee ma confuse aveva sentito la necessità di dar vita a una delle prime reti televisive del Paese. Ma questa è un’altra storia, che magari racconteremo un’altra volta. Caso volle, comunque, che un noto produttore cinematografico fiorentino, tal Cecchi Gori Vittorio, decidesse di acquistare una rete “minore” come Videomusic per portarsela a Firenze e da lì a Roma. Perché lui era un fiorentino romano. Ecco, in quel periodo in cui proprio pareva non si potesse fare a meno di alcuni fiorentini in amministrazione, fu chiesto, bontà loro, di sporcarsi le mani in lucchesia per un breve periodo. Ed essi, obtorto collo, lo fecero, facendo pesare ogni secondo della loro permanenza tra gli indigeni col tono e il piglio di chi annoda la famosa cravatta al maiale. La loro espressione era perennemente schifata, con la “lerfia” – il labbro superiore – ostentatamente contratta, a mostrare il disgusto per trovarsi inutilmente lontani dall’inquinata aria di casa.
Per chi non riuscisse a figurarsela, la lerfia, ecco alcuni noti esempi nazionali: la biondina che quest’anno gestisce il popolino sulle gradinate di “Annozero”, in particolare nel momento in cui qualcuno metta in dubbio la necessità di appendere a testa in giù l’Ottavo Nano. Oppure può essere degnamente individuata nel labbro superiore del Lerner Gad in qualunque momento della sua giornata.
Ma tornando a noi, l’espressione in oggetto, dunque, mutò radicalmente quando, finalmente!, la sede venne spostata nel luogo meno adatto a una rete televisiva : l’ex- Magona d’Italia, un inguardabile palazzone sul lungarno la cui architettura, ci raccontarono, era stata ideata dallo Spadolini in persona e dunque intoccabile. Sì, Firenze ebbe per cinque, lunghi anni, una rete televisiva nazionale tra le mani, ma non se ne accorse né le interessò saperlo. L’attenzione del fiorentino era tutta per le vicende della squadra locale, gestita dalle medesime mani che gestirono quella rete insieme al secondo, oneroso acquisto : TMC, Telemontecarlo. E proprio per questo finite tutte e tre in malo modo.
Ma parlavamo della fiorentinità. Già! Fu allora, in quei cinque anni vissuti tra la focaccia fiorentina e ‘ivvviola, tra il lampredotto e Batistuta che fui tra i tanti che si accorsero di questa tanto inconscia quanto pesante sensazione che pareva guidare le mosse dei residenti. Una spiacevole sensazione che noi stranieri emigrati a forza definimmo “istinto involontario di superiorità presunta” dovuto al fatto di essere nati, vivere e prosperare in una delle città più belle d’Italia (e dunque del mondo) che incidentalmente era pure .…la Hapitale…dunque la realtà essenziale, l’ombelico del mondo, l’asse d’equilibrio. Il mondo girava e girava, necessariamente, intorno a Firenze, ed ogni occasione era buona per farlo notare. Jovanotti doveva aver scritto l’omonima canzone pensando a loro, evidentemente. Con un crescente senso di disagio per noi non autoctoni, prima, di noia, dopo, di disgusto, in fondo. Chi starà leggendo queste poche righe non si riconoscerà nella descrizione. E’ corretto: fa parte della sindrome non
accorgersi d’esserne colpiti. E la “spocchia” con cui il fiorentino verace tratta – con il labbrino sollevato – l’estraneo è la medesima con cui verrà accolto quando si recherà nella odiosa Milano o nella spettacolare Roma. Solo allora il fiorentino capirà a sue spese e sulla propria pelle come pesi sulla pazienza altrui quell’involontario, speriamo, senso di superiorità presunta. Il medesimo che sfoggiano i miei due nipoti, fiorentini, quando capitano dalle mie tristi parti, il medesimo senso di distacco dalla realtà che non sia quella del proprio recinto che evidenziano i fiorentini quando, con noncuranza, chiederanno lumi circa le conoscenze presunte di chi si dica proveniente da un quartiere o una zona ben individuata della Hapitale. E se alla dubitativa risposta del malcapitato (“…no, non conosco quella Francesca e no, non ho mai sentito nominare il tal Giovanni…”) dovesse seguire la scomunica per essersi permesso di non conoscere due siffatti, noti, giovani individui, ben tale punizione sarà stata inflitta. Così impara, il ragazzotto, ad abitare a Rifredi senza conoscere il Giovanni o la Francesca…E il fiorentino doc, è in grado di sottoporre a questa prova di amicizia anche un cittadino di Torino, Palermo, Stoccolma, di Timbuktu, ovunque nel mondo c’è un fiorentino che lui conosce, se tu non lo conosci, beh allora… chi c@zzo sei?
*”Per la cronaca, Massimo Riserbo nasce in Liguria, lavora a Roma, Milano, Londra, Firenze ma mai nella sua città natale. Ama scrivere e lo fa ogni volta che gli viene richiesto nella speranza che ne segua un emolumento adeguato; speranza vana. Pare che il suo lavoro sia consigliare aziende grondanti velleità ma vuote di mezzi nel difficile cammino tra i mezzi di comunicazione da cui ha imparato a difendersi negli anni. Conosce troppa gente nel suo mondo per uscire allo scoperto. “Le scorte sono tutte riservate ai politici – sostiene – ma mi ammazzerebbero investendomi con l’apino se solo sapessero dove abito!”. Per cui continua a girare travestito da Ispettore Clouseau con un cane al guinzaglio poco pulito, certo che nessuno oserà avvicinarlo”.



















































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