Archive for febbraio, 2011

La supremazia della “Hoca Hola” (con la “hannuccia horta”)

Posted by Gianluca Giannini On febbraio - 26 - 2011

di Massimo Riserbo*

Firenze, per un toscano, rappresenta al tempo stesso la croce e l’orgoglio della propria toscanità. Se un simile aggettivo possa avere un senso. Ah, tu sei di Firenze!”, ti dicono ovunque tu vada in giro per il Belpaese. Per tutti gli italiani, ogni toscano è un fiorentino: basta una “c” strascicata. Il guaio è che i fiorentini si riconoscono dalla “c” aspirata, ma vaglielo a dire a un romano. E d’altra parte c’è molta Firenze nella vita di ognuno di noi che siamo cresciuti al mare, d’estate, aspettando gli amici fiorentini che venivano a riempirti le giornate assolate e che non vedevi l’ora di ritrovare dopo un anno passato tra i nativi. Poi crescevi e imparavi a distinguere, ad apprezzare e capire.
A capire che a Firenze ci sono i fiorentini; non solo quelli, ma tanti fiorentini. Ed i fiorentini veri non è che siano poi tanto normali. Così come non lo sono i milanesi di Milano o i romani di Roma. A modo loro vivono la loro fiorentinità con un eccessivo senso di superiorità, come se si trattasse di una missione, come se fossero stati unti in qualche modo e destinati a governare sul resto della plebe, come se il resto della Regione fosse sempre in debito con loro. Come se non ci fosse vita senza Firenze. O oltre l’Osmannoro. Personalmente l’ho imparato molti anni fa, ma ne ebbi la prova tangibile solo quando l’azienda per cui ebbi a donare anni della mia breve vita venne trasferita nella Capitale, anzi nella “Hapitale” della Toscana.
Prima ci fu un periodo in cui loro, i Prìncipi dalla Hapitale, furono costretti a trasferire le loro auguste chiappe nella località montana in cui un editore dalle poche idee ma confuse aveva sentito la necessità di dar vita a una delle prime reti televisive del Paese. Ma questa è un’altra storia, che magari racconteremo un’altra volta. Caso volle, comunque, che un noto produttore cinematografico fiorentino, tal Cecchi Gori Vittorio, decidesse di acquistare una rete “minore” come Videomusic per portarsela a Firenze e da lì a Roma. Perché lui era un fiorentino romano. Ecco, in quel periodo in cui proprio pareva non si potesse fare a meno di alcuni fiorentini in amministrazione, fu chiesto, bontà loro, di sporcarsi le mani in lucchesia per un breve periodo. Ed essi, obtorto collo, lo fecero, facendo pesare ogni secondo della loro permanenza tra gli indigeni col tono e il piglio di chi annoda la famosa cravatta al maiale. La loro espressione era perennemente schifata, con la “lerfia” – il labbro superiore – ostentatamente contratta, a mostrare il disgusto per trovarsi inutilmente lontani dall’inquinata aria di casa.
Per chi non riuscisse a figurarsela, la lerfia, ecco alcuni noti esempi nazionali: la biondina che quest’anno gestisce il popolino sulle gradinate di “Annozero”, in particolare nel momento in cui qualcuno metta in dubbio la necessità di appendere a testa in giù l’Ottavo Nano. Oppure può essere degnamente individuata nel labbro superiore del  Lerner Gad in qualunque momento della sua giornata.
Ma tornando a noi, l’espressione in oggetto, dunque, mutò radicalmente quando, finalmente!, la sede venne spostata nel luogo meno adatto a una rete televisiva : l’ex- Magona d’Italia, un inguardabile palazzone sul lungarno la cui architettura, ci raccontarono, era stata ideata dallo Spadolini in persona e dunque intoccabile. Sì, Firenze ebbe per cinque, lunghi anni, una rete televisiva nazionale tra le mani, ma non se ne accorse né le interessò saperlo. L’attenzione del fiorentino era tutta per le vicende della squadra locale, gestita dalle medesime mani che gestirono quella rete insieme al secondo, oneroso acquisto : TMC, Telemontecarlo. E proprio per questo finite tutte e tre in malo modo.
Ma parlavamo della fiorentinità. Già! Fu allora, in quei cinque anni vissuti tra la focaccia fiorentina e ‘ivvviola, tra il lampredotto e Batistuta che fui tra i tanti che si accorsero di questa tanto inconscia quanto pesante sensazione che pareva guidare le mosse dei residenti. Una spiacevole sensazione che noi stranieri emigrati a forza definimmo “istinto involontario di superiorità presunta” dovuto al fatto di essere nati, vivere e prosperare in una delle città più belle d’Italia (e dunque del mondo) che incidentalmente era pure .…la Hapitale…dunque la realtà essenziale, l’ombelico del mondo, l’asse d’equilibrio. Il mondo girava e girava, necessariamente, intorno a Firenze, ed ogni occasione era buona per farlo notare. Jovanotti doveva aver scritto l’omonima canzone pensando a loro, evidentemente. Con un crescente senso di disagio per noi non autoctoni, prima, di noia, dopo, di disgusto, in fondo. Chi starà leggendo queste poche righe non si riconoscerà nella descrizione. E’ corretto: fa parte della sindrome non accorgersi d’esserne colpiti. E la “spocchia” con cui il fiorentino verace tratta – con il labbrino sollevato – l’estraneo è la medesima con cui verrà accolto quando si recherà nella odiosa Milano o nella spettacolare Roma. Solo allora il fiorentino capirà a sue spese e sulla propria pelle come pesi sulla pazienza altrui quell’involontario, speriamo, senso di superiorità presunta. Il medesimo che sfoggiano i miei due nipoti, fiorentini, quando capitano dalle mie tristi parti, il medesimo senso di distacco dalla realtà che non sia quella del proprio recinto che evidenziano i fiorentini quando, con noncuranza, chiederanno lumi circa le conoscenze presunte di chi si dica proveniente da un quartiere o una zona ben individuata della Hapitale. E se alla dubitativa risposta del malcapitato (“…no, non conosco quella Francesca e no, non ho mai sentito nominare il tal Giovanni…”) dovesse seguire la scomunica per essersi permesso di non conoscere due siffatti, noti, giovani individui, ben tale punizione sarà stata inflitta. Così impara, il ragazzotto, ad abitare a Rifredi senza conoscere il Giovanni o la Francesca…E il fiorentino doc, è in grado di sottoporre a questa prova di amicizia anche un cittadino di Torino, Palermo, Stoccolma, di Timbuktu, ovunque nel mondo c’è un fiorentino che lui conosce, se tu non lo conosci, beh allora… chi c@zzo sei?

 

*”Per la cronaca, Massimo Riserbo nasce in Liguria, lavora a Roma, Milano, Londra, Firenze ma mai nella sua città natale. Ama scrivere e lo fa ogni volta che gli viene richiesto nella speranza che ne segua un emolumento adeguato; speranza vana. Pare che il suo lavoro sia consigliare aziende grondanti velleità ma vuote di mezzi nel difficile cammino tra i mezzi di comunicazione da cui ha imparato a difendersi negli anni. Conosce troppa gente nel suo mondo per uscire allo scoperto. “Le scorte sono tutte riservate ai politici – sostiene – ma mi ammazzerebbero investendomi con l’apino se solo sapessero dove abito!”. Per cui continua a girare travestito da Ispettore Clouseau con un cane al guinzaglio poco pulito, certo che nessuno oserà avvicinarlo”.

Il mitico “48″ di via Calzaiuoli

Posted by Gianluca Giannini On febbraio - 23 - 2011

di Nicola Menicacci

Oggi, approfittando della bella giornata e con la bombola vuota del gasatore dell’acqua in mano, sono andato da Coin per prenderne una nuova.
Chi, come me, ha più di quarant’anni se lo ricorda bene; chi ne ha dieci in meno potrà pescare in qualche angolo recondito della memoria; chi è ancora più giovane non saprà neanche di cosa sto parlando. Fatto sta che i grandi magazzini Coin sorgono laddove, dal 1907 al 1988, c’era l’Emporio Duilio 48.
Questa attività commerciale fu fondata nel 1902 da Joseph Siebzehner, ebreo viennese trasferitosi a Firenze causa nozze con Luisa Vivanti. Qui aveva rilevato il Grande emporio Duilio dei fratelli Papalini. Cinque anni dopo nacque l’emporio*, che presto aprì altre due sedi, a Montecatini e l’altra a Viareggio, in un prestigioso edificio della Viareggio anni ‘20 alla cui realizzazione partecipò anche il pittore Galileo Chini. Siebzehner fu imprenditore innovativo, creando anche, a cavallo tra le due guerre mondiali, un sistema di vendita per corrispondenza a catalogo, anticipando il grande successo del Postal Market.
Ma perché quei negozi si chiamavano proprio quarantotto? La grande idea di Siebzehner fu quella di creare un negozio dove tutti gli articoli avevano lo stesso prezzo: 48 centesimi appunto.
Quella che, molti anni più tardi, diventerà negli Stati Uniti uno stile di vita, immortalato anche da Bob Dylan in Love Minus Zero/No Limit – i dimestores (dime è il nome popolare della moneta da dieci centesimi) e che da pochi anni è presente in misura sempre più massiccia anche nella nostra città – altro non è che un ritorno ad una pratica che aveva visto i natali proprio a Firenze.
Col passare del tempo il quarantotto perse la sua caratteristica di negozio a prezzo fisso ma rimase una vera e propria istituzione cittadina, fino alla cessione alla Coin, avvenuta nel 1988.
Quarantaquattro anni prima Joseph Siebzehner aveva perso la vita sul treno dei deportati Milano-Auschwitz. I suoi due figli avevano continuato a far parte della vita fiorentina: Giorgio, avvocato (1895-1952), scrisse il Dizionario della Divina Commedia; Federico (1900-1978) fu ingegnere elettronico precursore degli esperimenti con le resistenze ceramiche.
I ricordi che mi mi tornano alla mente di quei magazzini, in realtà, non sono molti: ricordo l’immagine dell’omino stile Signor Bonaventura sugli scontrini, lo speaker (rigorosamente donna) che consigliava (o intimava?) di conservare gli scontrini “per un eventuale controllo” e poco altro. Ci andavamo poco spesso, la domenica i negozi erano ancora chiusi, tant’è che quando arrivava dicembre non capivo perché restassero aperti tutti i giorni. A pensarci bene, ricordo anche le buste, con molti colori ed il numero 48 in bella vista.
La prossima volta che passate da Coin, fermatevi un attimo prima di entrare.E quando vedrete uno dei tanti 99 cent store, pensate che in fondo altro non sono se non dei…copioni!

(* spot dal repertorio di Firenzeprima)

Il Femminismo post Bunga-Bunga

Posted by Linda Betti On febbraio - 14 - 2011

di Linda Betti
Il 13 febbraio a Firenze come in tutta Italia si è svolta una manifestazione dal titolo “Se non ora quando?“. Il logo rosa, simbolo dell’evento e l’intenso tam-tam sulla rete, mi spingono  (e sicuramente non sarò l’unica) ad identificarla anche come una manifestazione femminista (oh mio Dio che termine demodè ho usato, di questi tempi è quasi un’offesa l’appellativo “femminista”). Dal mio punto di vista però, è stata soprattutto una dimostrazione di dignità da parte delle migliaia di persone (quindi senza distinzione di genere) che sono scese in piazza manifestando il loro disgusto per la mercificazione dell’essere umano, e quindi anche  del corpo, soprattutto femminile, che sta avvenendo un questo paese. E’ troppo semplice ricondurre questa indignazione solo alle “selvagge notti del bunga-bunga presidenziale”, anche se per questo, mi pare che il titolo “Se non ora quando?” sia azzeccatissimo, come a dire che altro stiamo aspettando per manifestare il nostro dissenso? …..ma questo mio non vuole essere un discorso moralistico del genere disprezzo il concubinaggio in se per se….sia chiaro ognuno a questo mondo puo’ decidere di campare come gli pare e se per vivere vuol vendere il proprio corpo faccia pure, non ho nulla da ridire. Il problema sorge quando ci si prostituisce nei confronti del potere, e questo puo’ essere fatto benissimo anche da un maschio (mi viene in mente l’on Scilipoti dell’Idv, solo per citarne uno), e soprattutto quando la prostituzione diventa regola non scritta per sopravvivere in una società in cambio di potere o denaro . Vedo davanti a me  la prostituzione elevata a sistema, mi viene in mente il padre di una delle tante “lucciole” capitate nella residenza presidenziale, che, alla domanda se sua figlia fosse una delle “amanti” del Premier, rispose candido “mia figlia amante del Presidente? no!..magari lo fosse“, discorso che venti, trent’anni fa, poteva essere parafrasato così “mia figlia dipendente alle poste? no! magari avesse trovato il posto fisso!“……E’ questo sistema (che nel bunga-bunga ha raggiunto il suo apice) che mi spaventa e urta la mia sensibilità di essere umano (non solo di donna), e mi rinfranca lo spirito aver visto che in piazza eravamo così tanti…. perchè, SE NON ORA QUANDO?

100 luoghi, il Ritorno del Renzi!

Posted by Gianluca Giannini On febbraio - 10 - 2011

di Gianluca Giannini

Dopo il “girone d’andata”, disputato in contemporanea in 100 luoghi lo scorso 28 settembre 2010, ha preso ieri sera il via,  in un auditorium gremito di cittadini della Scuola Verdi in via Monteverdi, nel Quartiere di San Jacopino,  il lungo “Ritorno” della sfida del cambiamento della città, con stavolta e per ognuna delle future tappe protagonista in  prima linea il sindaco Matteo Renzi con l’équipe di collaboratori e professionisti al fianco (in più nell’occasione, sparsi nel pubblico, tra gli altri gli assessori Saccardi e Mattei, il presidente del Q1 Marmugi, il presidente di Ataf Bonaccorsi…).
Sullo schermo della sala scorrono mappe, cartine, cifre, statistiche e i cosiddetti “rendering”, le riproduzioni elettroniche e virtuali dei progetti di rifacimento di piazza San Jacopino così come dovrà apparire al termine degli interventi, entro il 2012. Tutto, poi, sarà reso disponibile per la consultazione su internet.
Rotatoria, parcheggi con soste veloci, cassonetti interrati e un nuovo profilo della piazza, punteggiato da alberi di ciliegio, che forniranno note di colore e forte connotazione e riconoscibilità oltre che zone di ombra e ristoro; per voler rievocare, come i progettisti hanno spiegato,  le atmosfere e gli scenari d’altri tempi quando l’area dedicata a “Saint Jacques” era meta di pellegrini forestieri…
Soluzioni urbane e suggestioni ricercate e curate, dunque, ma poi sotto anche  con le questioni più spinose! cioè le risposte alle domande e le problematiche poste dai cittadini in questi mesi di ascolto e di studio (piste ciclabili, lavaggio delle strade, sicurezza, parcheggi, inquinamento etc.) oppure in diretta, per alzata di mano o a incursioni più o meno improvvisate dal pubblico, a volte composte e preparate, altre irruente e risentite (in alcuni casi spassose!) a cui il sindaco, lista alla mano, si cimenta con coraggio e puntualità a dare risposte, tempi, spiegazioni, buone e cattive notizie… proprio una bella sfida: il tempo dirà se davvero vincente e convicente, ma senz’altro “a viso aperto”!

“Golosi” in Santa Croce!

Posted by Gianluca Giannini On febbraio - 6 - 2011

Sotto l’arcigno (e invidioso?) sguardo di Dante, in questi giorni si sta snodando nel cerchio della piazza fiorentina l’allegra ed eccitata processione di “golosi” alla 7a Edizione della Fiera del Cioccolato Artigianale (4-13 febbraio, piazza S.Croce, ingresso gratuito) per gustare con gli occhi, e soprattutto il palato, le delizie che gli stand offrono ai visitatori.
E il T@zebao ha fatto un giro tra i banchi della fiera per scattare qualche foto ai piccoli capolavori scolpiti nel ”Cibo degli Dei”...

Antonio Scurati, il tempo della cronaca

Posted by Gianluca Giannini On febbraio - 3 - 2011

di Gianluca Giannini

Ringrazio Nardella per le impegnative parole di stima e di apprezzamento della sua presentazione, ma la mia responsabilità sociale è circoscritta al perimetro del libro”, esordisce l’autore in una Biblioteca delle Oblate gremita ed attenta, scorrendo le dita lungo i margini della copertina del suo “Gli anni che non stiamo vivendo. Il tempo della cronaca (Bompiani 2010); mentre la traduzione concreta nei fatti, continua Scurati, è compito della politica e dunque anche di un Vicesindaco. E’ con queste parole che chiosa la lunga e appassionata introduzione di Dario Nardella  (nell’occasione affiancato anche da Piero Gelli) dedicata al suo libro, all’interno del ciclo d’incontri “Leggere per non dimenticare” curato da Anna Benedetti.

Non nasconde, Scurati, la soddisfazione di trovarsi in una città, Firenze, e più in generale in una regione come la Toscana, dove può respirare un’aria “politica” più famigliare, che gli risparmia quel tono prudente e generico, “broadcasting” o ad ampio raggio tipico di quasi tutti gli artisti ed autori, obbligatorio ad esempio in regioni come la Lombardia, dove uscendo dal seminato di argomenti come la società, i giovani o la scuola e spingendosi nella politica, si rischia seriamente di “perdere 2/3 delle possibili vendite del libro”! Ma poi, che male c’è?  In fondo, “Jovanotti, come vota?”

Mantenendo quel tono asciutto, vivido, agile e incisivo, prova ad osservare il panorama italiano, e vede le “macerie morali” che ci circondano, non certo quelle materiali dell’ultimo Dopoguerra, ma quelle immateriali scaturite da un potere che sembra ignorare “la moralità come elemento essenziale della società”, che pare aver perso il senso del “giusto/ingiusto”. Incarnata per giunta da un Capo, politicamente un “animale morente” preda di ultimi affannosi “rigurgiti di vitalità”, così ricco e quindi potente da “poter comprare chiunque” e sulla cui figura “nessuno si fa più domande”. Una società, la nostra, dominata e soffocata ogni giorno dalle cronache di un presente ossessivo che ci spinge a concentrarci sulla soddisfazione immediata, tutta sensoriale, delle proprie pulsioni nel presente senza più uno sguardo all’essenziale e di lungo respiro, di prospettiva sul futuro che ci faccia contestualizzare ed apprezzare anche le faticose tappe dell’esistenza quotidiana.
Queste ed altre intriganti e trascinanti riflessioni e suggestioni, tratteggiano per Scurati  gli anni che non stiamo vivendo

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