Archive for gennaio, 2011

“San Jacopino”

Posted by Gianluca Giannini On gennaio - 25 - 2011

di Massimo Pettinelli
 
 Firenze, 1971…

Il primo prato lambito dal Fosso macinante era vicino al nostro quartiere anzi ne faceva parte come tutto il Parco delle Cascine, ricco d’alberi secolari e vasti prati immersi nel silenzio fra l’Indiano e il ponte alla Vittoria e in mezzo l’ombellico della passerella dell’Isolotto che portava diladdarno nel quartiere-giardino concepito dal sindaco Giorgio La Pira e poi ripensato da altri.
Le Cascine erano e sono tuttora San Jacopino. Quartiere delimitato come un’isola. A nord, verso Rifredi, dalle acque domestiche del Mugnone e a ovest dal confluente Terzolle entrambi in alto rispetto al piano stradale di tutto il quartiere  – torrenti che in qualche modo ci difendevano dai greci del Ponte di Mezzo -, e a sud -al limite del parco- dalle acque dell’Arno, lasciato passare con diffidenza dalle pietre erose del centro, e poi guardato dall’alto dei ventosi e ampi argini scoscesi, erbosi e dilavati dalle piene, pericoloso per noi ragazzi innamorati della sua voce alle pescaie nel possente fluire riflesso da secoli nell’aria umida di Firenze.
Ridevamo col pallone in mano rincorrendoci da piazza Puccini fino al primo prato e ai bordi del viale c’erano le puttane, compagne del loro sguardo triste, del nostro schiamazzare…
Dai smettila, attento alla palla!, ci sono le macchine…gridava sempre qualcuno di noi che si sentiva più responsabile.
Le Cascine erano un luogo diverso dal resto del quartiere per il fresco in estate, l’odore di bosco in autunno e per una nebbia ghiaccia che d’inverno c’era solo lì e che ci rimaneva addosso fino a casa. Luogo aspro Le Cascine, diverso anche per altri motivi. Un mondo imploso nella sua deviazione incombente. Si presentava a noi qualcosa di sconosciuto e corrotto come sporco che si sapeva senza dirlo se non per riderci sopra con le nostre facce ancora pulite di ragazzini.   
Il parco de Le Cascine era un’appendice contrastante con le strade del quartiere che quasi ne respingeva l’appartenenza con le sue vie dai nomi di musicisti: Monteverdi, Doni, Busoni, Veracini, Lulli, Bellini, Boccherini, Toselli e piazza Puccini.
Vie fiere d’essere Firenze seppur fuori le mura antiche, demolite per far posto alle arterie dei viali, a ridosso della Porta al Prato, rimasta lì inutilmente forte e imponente in mezzo al traffico nevrotico.   
Un quartiere di semiperiferia fatto di palazzi signorili, villini borghesi, stabili anni Sessanta o case di ferrovieri, operai e artigiani come mio padre. In quegli anni con botteghe di pizzicagnoli, ortolani, pollerie, mercerie e bar ad ogni angolo di strada, con le persone che incontrandosi si sorridevano fermandosi a parlare come avveniva ancora nei rioni popolari del centro o nei paesi di campagna. 
Sentivamo il mondo a portata di mano perché nel nostro quartiere c’era e passava proprio di tutto e mischiato ben bene.Un mondo che si stava per scrollare di dosso conformismi e falsità ma rischiando di trascinare via tutto senza salvare niente.
[…]

Pure questo era il nostro quartiere, quando le acque limacciose dell’Arno invasero pochi anni prima la città violentandone la vita di tutti e le opere d’arte e letterarie.
Successe la notte di un quattro novembre, giorno di festa. Io e i miei genitori fummo costretti a dormire dai signori Papini, del piano sopra alla nostra abitazione, quella e molte notti a venire. 
La loro ospitalità mi faceva sentire bene come a casa mia che stava al pian terreno allagato dall’acqua dell’Arno.
[…]
Il giorno dopo passata la furia delle acque fangose, tutto intorno si era trasformato.  Il colore e lo spessore della melma cancellavano ciò che avevano inghiottito. In quel giallo avvinghiante della melma v’era tutto il mutarsi del fiume; dalla trasparenza d’acqua sorgiva, limpida e vitale al colore opaco e denso, putrescente per tutto ciò che la vita vi aveva perduto, fin dentro di noi impotenti nel momento della piena devastatrice e inermi come grumi di terra strappata alla terra, materia non più dominata dallo spirito umano.
D’ogni cosa appariva un altro aspetto, avvertendone un senso finora sconosciuto.
La Vespa del babbo ridotta ad un rottame, le auto rovesciate o una sopra l’altra fino a tre insieme che arrivavano al primo piano come in via Toselli; i bandoni ricurvi dei negozi con le merci gettate per strada. Dall’ippodromo delle Cascine ci assalì il fetore dei cavalli da corsa affogati nei box e poi bruciati, rendendo vomitevole il respiro; con il rumore implacabile roboante del fiume ancora in piena come d’animale che non trovava pace, piegato alla terra, sfatto nelle viscere da inguaribile ferita. 
[…]
Era bella la Vespa 150 Sprint di mio padre blu metallizzata dal basso e rotondo ritmo dei colpi del motore al minimo, fedele in accelerazione al rotare emozionante della manopola.
Scandiva i gesti del babbo in un tutt’uno di battiti dal cuore caldo. La guidava con l’eleganza di allora fra le strade della Firenze dei primi anni Sessanta mentre io stavo in piedi fra lui e il manubrio, appoggiandoci le mani sopra, con l’autentica fierezza che solo da bambini si possiede e che poi rimane nella pelle fin da grandi nutrendo e guidandoci nelle scelte, nei comportamenti e nelle parole adeguate al momento, come adeguati si deve esserlo nell’imboccare una curva senza cadere e ferirsi né ferire altri.
Chissà se tutte le curve spigolose che riserva la vita le stavamo affrontando meglio anche per quello stile di guida e viaggiare scomparsi.
Dicembre s’annunciava con la solita aria del mattino, fredda e pungente ma al Natale che si approssimava non sembrava che gli  appartenesse l’atmosfera misteriosa di sempre.
Accatastato per strada c’era un vecchio tavolo quadrato di legno, alluvionato anch’esso. Il babbo se n’accorse, poi decise; lo prese e lo infilò in casa con mia madre che non sembrava d’accordo. Parlottarono; poi mi disse cosa fare: così, mi ritrovai fra le canne ancora piegate del Mugnone e in bilico fra le pietre emerse dall’acqua trovai pezzi di borracina a sufficienza. Tornai a casa e il presepe sembrava già finito. I tanti personaggi di gesso pitturato a mano erano incartati bene in vecchie pagine colorate di Frate indovino, la Nazione e l’Unità, adagiati in una scatola fonda di cartone spesso, accanto al tavolo, ora posto al centro della nostra casa. Se ne stava zitto mio padre come quando si fanno le cose sul serio. Taceva come in quei giorni in cui ridava vita alla casa offesa dalla melma e dalla nafta in quella sfida silenziosa divenuta per tutti i fiorentini un fatto personale, individuale come si addice a noialtri; intimo, come si vive quando si é immersi nel dramma universale.
Adesso lavorava intorno ad un tavolo trovato per strada senza sapere a chi era appartenuto, quale fosse stata la sua storia; ridotto male come l’animo delle persone in quei giorni e messo lì fuori. Forse era piovuto dal cielo anch’esso come l’acqua che per settimane non ci aveva dato tregua. 
Il babbo continuava a plasmare il paesaggio di creta con le sue mani esperte mosse da gesti antichi. Il riverbero della carta stagnola che modellava per vivacizzare le acque del ruscello illuminava i suoi occhi rendendoli luminosi. Stavolta però avremmo deciso noi il percorso dell’acqua, fonte di vita, esile e trasparente attraverso il paesaggio fantastico del presepe. Pareva al di sopra d’ogni creazione, quella capannuccia che dalla collinetta sovrastava le casette sparse, con i personaggi assorti in un religioso silenzio. La mamma vide tardi il nostro presepe, quando tornò da lavorare, stanca come tutte le sere per il duro lavoro e per la strada fatta a piedi fin dalla mensa del Gas appena fuori le mura di Sanfrediano, piena di gasisti e militari da rifocillare continuamente per i numerosi turni. Dopo cena si mise anche lei a darci mano, e così sullo sfondo del cielo di carta, notturno e stellato, l’ultimo tocco spettò alla Stella cometa.
Ecco, il Presepe era formato, luminoso e vivo. Era pronto l’incanto di sempre fino a stemprarsi oltre i confini di quel piccolo mondo nel nostro.

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Da Massimo Pettinelli abbiamo ricevuto e volentieri pubblicato ampi brani tratti dal suo racconto “San Jacopino” che regala emozionanti suggestioni del quartiere fiorentino tratte dai ricordi della propria gioventù, e per il quale ha ricevuto la medaglia di bronzo alla XXV° Edizione Premio Firenze del 2007

Vauro, un “farabutto” in libreria

Posted by Gianluca Giannini On gennaio - 18 - 2011

di Gianluca Giannini

Dalle vignette satiriche disegnate “di fresco” in diretta negli studi RAI di “Anno Zero” agli scaffali della Feltrinelli di via de’ Cerretani a Firenze per presentare le sue “dichiarazioni d’amore molesto”, da “Farabutto” appunto. (ed. Piemme, pag 154, €15) 
Una raccolta di vignette, disegni e pensieri di Vauro Senesi sull’Italia contemporanea e non solo, senza mezzi termini e con il consueto sguardo ironico, sarcastico e graffiante.
Dietro al tavolo tra gli scaffali della libreria si presenta un Vauro meno irruento e sboccato di quello televisivo, a ruota (quasi) libera su un vasto spettro di argomenti di attualità, dalla guerra al lavoro alla politica (“…può sembrare che io abbia perso il filo del discorso, ma non è così! ”) e senza risparmiare stoccate e “graffi” a nessuno, da D’Alema a Marchionne, da Camusso a La Russa, passando anche dal sindaco Matteo Renzi al quale rimprovera il sostegno alle posizioni dell’amministratore delegato della Fiat perdipiù con quell’espressione “senza se e senza ma” appartenente in origine al movimento pacifista che aveva impavesato anni fa i balconi di mezz’Italia con le bandiere multicolori della pace.
Infine qualche domanda dal pubblico, e poi spazio alle dediche di rito sul libro ai suoi lettori, tra un sorriso e una stretta di mano.

In memoria di La Pira, all’Isolotto

Posted by Gianluca Giannini On gennaio - 15 - 2011

di Gianluca Giannini
Una cerimonia sobria, sentita e molto partecipata, anche da tanti bambini, quella dello scoprimento all’Isolotto della scultura dedicata a Giorgio La Pira, collocata nei giardini di via delle Mimose 12. L’amato Sindaco fiorentino che, a metà degli anni ‘50, consegnò proprio in quest’area prima di allora terra di campi e orti, le chiavi di casa alle prime 1000 famiglie.
L’opera, in marmo rosso, raffigurante da un lato il volto del Sindaco “Santo”, e dall’altro Palazzo Vecchio, contornati da un arcobaleno e da rondini simboli di concordia e di pace, è stata donata dai volontari della missione “Operazione Mato Grosso” del Perù e dal suo fondatore, Padre Ugo De Censi. In attesa che un giorno, come è stato detto durante la cerimonia – a cui ha partecipato tra gli altri il sindaco Matteo Renzi, l’arcivescovo Giuseppe Betori che ha benedetto l’opera, e altre autorità – la statua di La Pira possa magari essere collocata in una Piazza dell’Isolotto finalmente risistemata e recuperata e che potrebbe assumere giustamente il suo nome.

Gli “Amici miei”? Fiorentini DOC

Posted by Lorenzo Mossani On gennaio - 8 - 2011
di Lorenzo Mossani
Il remake del funerale del Perozzi girato in estate in piazza Santo Spirito prima della morte di Mario  Monicelli ne è la prova. Nel rione di Santo Spirito, San Frediano, nella ‘Contea’ di Piazza della Passera la vita è come l’ha disegnata sapientemente Monicelli.
La cosa più bella? L’attualità e la contemporaneità del film. Ogni generazione ha una compagnia di “Amici Miei”. Il conte Mascetti è presente nelle compagnie dei ventenni, come in quelle dei trentenni, come in un ritrovo di amici senza età com’ è Piazza della Passera. Vedere parlare il Conte con la Titti per lasciarla e non riuscirci (lui parla-parla-parla, lei non lo ascolta, e dopo 20 minuti lei gli ‘comanda: “Addio merdaiolo ci si vede domani…”) non è un colpo di genio del Maestro ma è solo un attenta osservazione del comportamento di molti fiorentini e non solo. Lo spirito goliardico che c’è al funerale del protagonista nel primo atto è l’esatto spirito del fiorentino d.o.c. e d.o.p. Si puo’ essere distrutti dentro ma per vincere la morte ci vuole il solito sarcasmo, altrimenti vince lei. Per i non fiorentini puo’ risultare di cattivo gusto, ma non è mancanza di sensibilità, anzi. È portare rispetto all’ amico di sempre, come se fosse ancora vivo: nei loro ricordi non morirà mai, quindi facciamolo protagonista dell’ultimo scherzo. I fiorentini sono cinici ma non cattivi. In fondo anche la sberla sul treno non fa male veramente, fa solo ‘rumore’. Quanti scherzi anche ‘pesanti’ così vengono fatti… ho ancora i lividi di Paolone (il ‘Sindaco’ di Piazza della Passera per il ‘gioco del soldato’ fatto in una serata estiva e molto divertente). Ma ci sarebbe altro…Scherzi pesi? No, da fiorentini d.o.c o d.o.p. come preferite. Comunque la bellezza di Amici Miei è proprio quello di raccontarci come siamo sarcastici, genuini, geniali e molto-molto amici. Infatti un amico, normalmente è per sempre. Per lui si farebbe di tutto, anche deriderlo dopo la morte. Malattie e morte, in conclusione non possono nulla contro un gruppo di amici… la supercazzola si fa anche a lei. Bravo Monicelli osservatore di una Firenze che c’è ancora, potrei anche fare i nomi dei protagonisti reali che attualmente vivono in queste piazze, ma un attento osservatore li conosce già… Bravo Maestro hai descritto noi fiorentini come siamo, non era facile.

Riconoscersi in “Amici miei” (ovvero nel lato ANTANI della fiorentinità)

Posted by Gianluca Giannini On gennaio - 7 - 2011

di Maurizio Ferrini

Con la recente scomparsa di Mario Monicelli – morto di una morte così suggestiva! – si ripensa alle sue opere. Le si rivedono, ci si ragiona. Soprattutto si studia il film Amici miei ed il suo messaggio. Messaggio che è ambiguo e che si presta a letture molto soggettive. Mi piacerebbe dare una personale, del tutto parziale, lettura di quell’opera. Non certo assumendo le pose del critico (ruolo per il quale non ho né competenze né credenziali)  ma nella qualità di fiorentino nativo. Attento, come tanti, a come la sua città viene rappresentata ed interpretata dai e sui media.

Le qualità del prodotto

In astratto, come prodotto cinematografico, Amici miei è fuori discussione un caso anomalo. In primis, per la sua intenzionale, anzi ricercata, “scorrettezza” politica e culturale,  tanto più impattante in quanto sparata in un momento in cui si cominciava a ragionare sul valore della “correttezza”. Un momento in cui, anzi, si elaboravano e si consolidavano codici non scritti per essere contenutisticamente corretti nella società e soprattutto nei media, a partire dalla TV.

Al di là di questo, nel lungo periodo, l’aspetto più appariscente di quel film è la forza con cui è riuscito a far entrare nella cultura spicciola corrente alcuni modi di dire, alcune situazioni, alcuni modi di raccontare le relazioni tra persone.

Il “caso cinematografico”

Nell’immaginario collettivo, anche per via del fatto che per molte persone i ricordi dei contenuti del film risalgono a 30 e passa anni addietro, la classificazione di Amici miei è decisamente semplicistica: un film umoristico, con forti momenti realmente strappa risate.
L’impatto che quel film ebbe su di me già alla prima visione fu – invece – di profondo disagio. Non certo per disvalori cinematografici. Quel minimo di competenza che posso avere sulla materia mi porta a dire che si tratta di un prodotto tecnicamente eccellente, per le qualità realizzative di base: regia (naturalmente), sceneggiatura, ritmo, cast, recitazione. Il successo che ha avuto e che continua ad avere è qualitativamente meritatissimo.

Ma forse era proprio quella scorrettezza sul piano dei contenuti che non riuscivo a digerire. Una scorrettezza che mi è parsa ancora più intollerabile in una recente visione del film avvenuta, per combinazione e per l’appunto, pochi giorni prima della morte di Monicelli.
Però, oggi, dopo questa ri-visione e dopo quella morte sarei portato a concludere che, se potessi parlargliene, il mio personale, profondo malanimo renderebbe Mario molto più soddisfatto di platee sghignazzanti mentre scorrono i volti attoniti di quelli che si beccano gli schiaffoni sul treno che parte.
Come tutti i grandi autori, osservatori e raccontatori dell’animo umano, Monicelli non si sarebbe certo accontentato di “far ridere”. Ed infatti a chiunque sia dotato di un minimo di sensibilità ciò che rimane dalla visione di quel film è un senso di cupezza.

Moribondi cinici e morti spregiudicati

Il primo episodio si chiude con la morte di un protagonista. E’ una morte raccontata come vera, ed interpretata con maestria. Se c’è del riso che accompagna il decesso ed il funerale è semplicemente perché nella vita vera accade che mentre uno muore, spesso c’è vicino qualcuno che ride. Idem durante un funerale.

Nel secondo episodio una lunga narrazione è dedicata al tentativo di far credere ad un personaggio (interpretato da un sublime Paolo Stoppa) che egli è affetto da un male incurabile e che ha pochi mesi di vita. Lo stesso personaggio di Ugo Tognazzi è vittima di un devastante attacco di ictus. Non sono temi da film umoristico. Sono temi che hanno come filo conduttore la morte, la malattia, la fuga (per certi aspetti distruttiva) dai propri schemi di vita, l’indifferenza verso la sofferenza altrui. Sono tutto fuorché ingredienti di un film umoristico.
D’altronde, anche in questi molteplici, possibili, discrezionali registri di lettura sta forse il massimo pregio dell’opera. E questa apertura stava nelle intenzioni dell’autore, una sorta di “io l’ho fatto così – voi prendetelo come vi pare”. Quantomeno questa è la mia sensazione ed è ciò che credo di ricordare in certe sue esternazioni.

Firenze, personaggio ed interprete

Quanto al punto di partenza di questo ragionamento, e cioè cosa c’è di fiorentino e di fiorentinità in questo film, anche su questo piano non mi trovo d’accordo con l’interpretazione della stragrande maggioranza degli spettatori.
Fuori da Firenze (ma anche nella percezione di molti miei concittadini) si ritiene che i quattro amiconi iniziali siano un’ottima raffigurazione di alcune stereotipate caratteristiche fiorentine: spirito dissacratorio, perenne attitudine ad irridere tutto e tutti ed a gabbare chi li circonda.

Un fiorentino nell’anima, invece, non si sente minimamente rappresentato né dai personaggi né dagli  avvenimenti del film. Lazzi e sfottò sono un elemento di dettaglio nell’atteggiamento corrente di chi vive a Firenze ed è realmente intriso dello spirito cittadino. Nel film sembra che gli eventi della vita di tutti i giorni siano una parentesi tra una burla ed una scelleratezza. E contribuisce al senso di estraneità (anche questo può essere fonte di fastidio) il fatto che i quattro interpreti (più uno) del primo episodio non siano per niente indigeni.

Qualcosa di fiorentino c’è: è molto fiorentino il personaggio-giornalista Perozzi (Philippe Noiret, nella foto sopra) non tanto quando partecipa alle zingarate ma nel momento in cui esce dalla redazione de La Nazione e scambia chiacchiere e battute con il giornalaio all’angolo, con il barista, con la prostituta, trattando tutti, con molta naturalezza, a tu per tu. E si intuisce che se il giorno prima avesse intervistato il sindaco o un ministro avrebbe avuto lo stesso atteggiamento.
Non c’è niente di fiorentino proprio nelle scene per le quali il film si ricorda, dagli schiaffoni ai viaggiatori in partenza al vasino del bebè riempito, in misura abnorme, di cacca adulta.

Sora morte, in agguato anche nei titoli di testa e di coda

Al di là di tutto, forse, il mio malessere critico di oggi si spiega anche con il fatto che attorno ad Amici miei aleggia un qualcosa tipo maledizione di Tutankamon, in questo caso sotto la forma di flagello dei sessantenni: il film nasce nella mente di Pietro Germi, morto a 60 anni prima di iniziare la lavorazione; tra gli interpreti principali Duilio del Prete muore a 60 anni, Adolfo Celi a 64, Renzo Montagnani (doppiatore di Noiret e poi interprete del secondo episodio) muore a 67, come Ugo Tognazzi.
Nel mio status di passante nella fascia intermedia dei 60 anni, non posso escludere che tutto questo  abbia influenza nello spostare ricordi e giudizi in un’area semantica un po’ fosca e ferale. Proverò  a riguardare il film dopo passata la boa dei 70.

Per il momento mi limiterò a consumare il vecchio VHS di L’armata Brancaleone, altro capolavoro di Monicelli, traendone divertimento e godimento intellettuale. Incondizionatamente e senza retro pensieri amari.

 

Una Fiaccolata per la Pace per salutare l’anno nuovo

Posted by Linda Betti On gennaio - 1 - 2011

Il 31 Dicembre 2010, si è svolta la venticinquesima Fiaccolata per la Pace – Trofeo Ada Nesti, gara podistica non competitiva di circa 8 km a cui hanno partecipato circa duecento persone. La corsa organizzata dalla Pubblica Assistenza Humanitas di Firenze e dal Gruppo Sportivo Le Torri del Quartiere 4, da diciassette anni è dedicata alla memoria delle vittime della strage  di stampo mafioso avvenuta in via dei Georgofili, nella notte tra il 26 e il 27 maggio 1993. Il percorso infatti si snoda fra la sede dell’ Humanitas di viale Talenti fino alla centralissima via del tragico accaduto, dove il presidente della Commissione Sport del Quartiere 4 Donatella Villani, ha deposto una corona celebrativa, attorniata da podisti, sbandieratori, turisti e curiosi. Il corteo dei corridori si è poi diretto nuovamente alla sede dell’Humanitas, sfilando però prima per le vie del centro storico, sventolando bandiere arcobaleno. La Fiaccolata è un’ulteriore occasione per dare il benvenuto all’anno nuovo nel segno della salute fisica e mentale e della solidarietà. Alla prossima edizione e buon anno 2011 a tutti voi!

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