Il primo prato lambito dal Fosso macinante era vicino al nostro quartiere anzi ne faceva parte come tutto il Parco delle Cascine, ricco d’alberi secolari e vasti prati immersi nel silenzio fra l’Indiano e il ponte alla Vittoria e in mezzo l’ombellico della passerella dell’Isolotto che portava diladdarno nel quartiere-giardino concepito dal sindaco Giorgio La Pira e poi ripensato da altri.
Le Cascine erano e sono tuttora San Jacopino. Quartiere delimitato come un’isola. A nord, verso Rifredi, dalle acque domestiche del Mugnone e a ovest dal confluente Terzolle entrambi in alto rispetto al piano stradale di tutto il quartiere – torrenti che in qualche modo ci difendevano dai greci del Ponte di Mezzo -, e a sud -al limite del parco- dalle acque dell’Arno, lasciato passare con diffidenza dalle pietre erose del centro, e poi guardato dall’alto dei ventosi e ampi argini scoscesi, erbosi e dilavati dalle piene, pericoloso per noi ragazzi innamorati della sua voce alle pescaie nel possente fluire riflesso da secoli nell’aria umida di Firenze.
Ridevamo col pallone in mano rincorrendoci da piazza Puccini fino al primo prato e ai bordi del viale c’erano le puttane, compagne del loro sguardo triste, del nostro schiamazzare…
“Dai smettila, attento alla palla!, ci sono le macchine…” gridava sempre qualcuno di noi che si sentiva più responsabile.
Le Cascine erano un luogo diverso dal resto del quartiere per il fresco in estate, l’odore di bosco in autunno e per una nebbia ghiaccia che d’inverno c’era solo lì e che ci rimaneva addosso fino a casa. Luogo aspro Le Cascine, diverso anche per altri motivi. Un mondo imploso nella sua deviazione incombente. Si presentava a noi qualcosa di sconosciuto e corrotto come sporco che si sapeva senza dirlo se non per riderci sopra con le nostre facce ancora pulite di ragazzini.
Il parco de Le Cascine era un’appendice contrastante con le strade del quartiere che quasi ne respingeva l’appartenenza con le sue vie dai nomi di musicisti: Monteverdi, Doni, Busoni, Veracini, Lulli, Bellini, Boccherini, Toselli e piazza Puccini.
Vie fiere d’essere Firenze seppur fuori le mura antiche, demolite per far posto alle arterie dei viali, a ridosso della Porta al Prato, rimasta lì inutilmente forte e imponente in mezzo al traffico nevrotico.
Un quartiere di semiperiferia fatto di palazzi signorili, villini borghesi, stabili anni Sessanta o case di ferrovieri, operai e artigiani come mio padre. In quegli anni con botteghe di pizzicagnoli, ortolani, pollerie, mercerie e bar ad ogni angolo di strada, con le persone che incontrandosi si sorridevano fermandosi a parlare come avveniva ancora nei rioni popolari del centro o nei paesi di campagna.
Sentivamo il mondo a portata di mano perché nel nostro quartiere c’era e passava proprio di tutto e mischiato ben bene.Un mondo che si stava per scrollare di dosso conformismi e falsità ma rischiando di trascinare via tutto senza salvare niente.
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Pure questo era il nostro quartiere, quando le acque limacciose dell’Arno invasero pochi anni prima la città violentandone la vita di tutti e le opere d’arte e letterarie.
Successe la notte di un quattro novembre, giorno di festa. Io e i miei genitori fummo costretti a dormire dai signori Papini, del piano sopra alla nostra abitazione, quella e molte notti a venire.
La loro ospitalità mi faceva sentire bene come a casa mia che stava al pian terreno allagato dall’acqua dell’Arno.
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Il giorno dopo passata la furia delle acque fangose, tutto intorno si era trasformato. Il colore e lo spessore della melma cancellavano ciò che avevano inghiottito. In quel giallo avvinghiante della melma v’era tutto il mutarsi del fiume; dalla trasparenza d’acqua sorgiva, limpida e vitale al colore opaco e denso, putrescente per tutto ciò che la vita vi aveva perduto, fin dentro di noi impotenti nel momento della piena devastatrice e inermi come grumi di terra strappata alla terra, materia non più dominata dallo spirito umano.
D’ogni cosa appariva un altro aspetto, avvertendone un senso finora sconosciuto.
La Vespa del babbo ridotta ad un rottame, le auto rovesciate o una sopra l’altra fino a tre insieme che arrivavano al primo piano come in via Toselli; i bandoni ricurvi dei negozi con le merci gettate per strada. Dall’ippodromo delle Cascine ci assalì il fetore dei cavalli da corsa affogati nei box e poi bruciati, rendendo vomitevole il respiro; con il rumore implacabile roboante del fiume ancora in piena come d’animale che non trovava pace, piegato alla terra, sfatto nelle viscere da inguaribile ferita.
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Era bella la Vespa 150 Sprint di mio padre blu metallizzata dal basso e rotondo ritmo dei colpi del motore al minimo, fedele in accelerazione al rotare emozionante della manopola.
Scandiva i gesti del babbo in un tutt’uno di battiti dal cuore caldo. La guidava con l’eleganza di allora fra le strade della Firenze dei primi anni Sessanta mentre io stavo in piedi fra lui e il manubrio, appoggiandoci le mani sopra, con l’autentica fierezza che solo da bambini si possiede e che poi rimane nella pelle fin da grandi nutrendo e guidandoci nelle scelte, nei comportamenti e nelle parole adeguate al momento, come adeguati si deve esserlo nell’imboccare una curva senza cadere e ferirsi né ferire altri.
Chissà se tutte le curve spigolose che riserva la vita le stavamo affrontando meglio anche per quello stile di guida e viaggiare scomparsi.
Dicembre s’annunciava con la solita aria del mattino, fredda e pungente ma al Natale che si approssimava non sembrava che gli appartenesse l’atmosfera misteriosa di sempre.
Accatastato per strada c’era un vecchio tavolo quadrato di legno, alluvionato anch’esso. Il babbo se n’accorse, poi decise; lo prese e lo infilò in casa con mia madre che non sembrava d’accordo. Parlottarono; poi mi disse cosa fare: così, mi ritrovai fra le canne ancora piegate del Mugnone e in bilico fra le pietre emerse dall’acqua trovai pezzi di borracina a sufficienza. Tornai a casa e il presepe sembrava già finito. I tanti personaggi di gesso pitturato a mano erano incartati bene in vecchie pagine colorate di Frate indovino, la Nazione e l’Unità, adagiati in una scatola fonda di cartone spesso, accanto al tavolo, ora posto al centro della nostra casa. Se ne stava zitto mio padre come quando si fanno le cose sul serio. Taceva come in quei giorni in cui ridava vita alla casa offesa dalla melma e dalla nafta in quella sfida silenziosa divenuta per tutti i fiorentini un fatto personale, individuale come si addice a noialtri; intimo, come si vive quando si é immersi nel dramma universale.
Adesso lavorava intorno ad un tavolo trovato per strada senza sapere a chi era appartenuto, quale fosse stata la sua storia; ridotto male come l’animo delle persone in quei giorni e messo lì fuori. Forse era piovuto dal cielo anch’esso come l’acqua che per settimane non ci aveva dato tregua. 
Il babbo continuava a plasmare il paesaggio di creta con le sue mani esperte mosse da gesti antichi. Il riverbero della carta stagnola che modellava per vivacizzare le acque del ruscello illuminava i suoi occhi rendendoli luminosi. Stavolta però avremmo deciso noi il percorso dell’acqua, fonte di vita, esile e trasparente attraverso il paesaggio fantastico del presepe. Pareva al di sopra d’ogni creazione, quella capannuccia che dalla collinetta sovrastava le casette sparse, con i personaggi assorti in un religioso silenzio. La mamma vide tardi il nostro presepe, quando tornò da lavorare, stanca come tutte le sere per il duro lavoro e per la strada fatta a piedi fin dalla mensa del Gas appena fuori le mura di Sanfrediano, piena di gasisti e militari da rifocillare continuamente per i numerosi turni. Dopo cena si mise anche lei a darci mano, e così sullo sfondo del cielo di carta, notturno e stellato, l’ultimo tocco spettò alla Stella cometa.
Ecco, il Presepe era formato, luminoso e vivo. Era pronto l’incanto di sempre fino a stemprarsi oltre i confini di quel piccolo mondo nel nostro.
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Da Massimo Pettinelli abbiamo ricevuto e volentieri pubblicato ampi brani tratti dal suo racconto “San Jacopino” che regala emozionanti suggestioni del quartiere fiorentino tratte dai ricordi della propria gioventù, e per il quale ha ricevuto la medaglia di bronzo alla XXV° Edizione Premio Firenze del 2007.











































